“A MANCIATA RA SIMIENZA”

semenzaUNA SPECIE DI RITO VISTO CON GLI OCCHI DI UNA “NON SICILIANA”

 

La Signora Deak, autrice di questo gustosissimo “quadretto”  tra reale e surreale (speriamo che altri, altrettanto gradevoli ne seguano), ci offre uno spaccato del nostro particolare modo di fare secondo cui la mangiata della “calia e simienza” diviene un rito, quasi una filosofia di vita, anche se, secondo i suoi parametri, sono inconcepibili certi comportamenti. Ma si adeguerà? Intanto non si rassegna e ce lo fa capire in modo lieve, come solo alcune donne sanno fare, per indurci a riflettere. Eppure la giovane Signora, dotata di acume e di ottimo senso dell’ironia, non è propriamente di cultura isolana (lo si capisce subito dal cognome), essendo di origini ungaro-rumene. Poliglotta (scrive, legge e parla correntemente alcune lingue, l’italiano in primis), sposata con un siciliano, da anni trapiantata a Terrasini, si sta impadronendo anche del nostro dialetto, immergendosi egregiamente nella nostra cultura. Il risultato, stando a quanto e a come scrive, lascia ben sperare. (GiuRu)

di Eva Deak

C’è sempre qualcosa di prezioso da conservare del nostro passato e molti compaesani lo fanno con cura, certi di salvaguardare le tradizioni. Perché le tradizioni sono tradizioni e bisogna tutelarle, anzi, valorizzarle. Lo fanno in tanti, persino rappresentanti delle istituzioni, d’altronde anche loro sono compaesani! E allora perché non lo devono fare i miei amici Filippo, Bruno, Pino, Evelyn e Massimo? A loro devo anche un’immersione nella complessa tradizione della mangiata della semenza.

Perché, cara Eva, manciari simienza nun è na cosa ri nienti. Bisogna saperlo fare. È na tradizioooniii. E a Bruno, che cerca di spiegarmelo ed è un conservatore, bisogna credergli!
La semenza si mangia e la buccia si sputa rigorosamente a terra. Questa è la caratteristica principale! Che piacere c’è se non la sputi? E la colpa non è di chi sputa la semenza, facendo un tappeto per terra, «la colpa semmai è dell’asfalto!».

Così dice Massimo, lo dice in italiano pulito, alzando l’indice per dare più forza all’affermazione, ed è così serio, con fare grave (tutti l’approvano annuendo con la testa), che comincio a crederci anch’io.

Allora Filippo, da buon ambientalista, insorge: «Facemu un pocu ri casino. Bisogna togliere l’asfalto! Perché se ci fosse lo sterro  -dice lui- neanche ci faremmo più caso alla semenza». Anzi, aggiunge, che verso Cala Rossa, «hanno fatto na strata, ma l’hannu fatta accussì bene ca la prima pioggia se la portò via».

«Ecco, si c’era la simienza -interviene Bruno- nun c’erano problemi, picchì s’induriva e nun scivolava via». Sa il fatto suo Bruno, poi è passata la mezzanotte ed è a quest’ora che lui dà il meglio di sé. Mi spiega che c’è semenza e semenza: «cu cchidda buona crisci sùbbitu, sinno c’è ri cummattiri». Filippo annuisce ed io resto sempre più confusa.

Non l’ho capita bene, sarà che mi sfugge ancora qualche sfumatura del dialetto. Ripeto che sputare le bucce per terra mi sembra una cosa orribile. Filippo mi dice che devo capire le tradizioni. Mi volto verso di lui e lo rimprovero: «Ambientalista dei miei stivali!». Mi guardano stupiti e Pino, da buon amico più grande di me, con più esperienza e più tolleranza, mi spiega in modo pacato: «Evaaaa, non possiamo fare i talebani! Bisogna capire le tradizioni, perché noi siamo molto attaccati ad esse».

Mi guardano come per dire, chista nun ha caputo nienti ancuora, ma dove vive? E allora mi viene un’idea e chiedo a Pino di farmi un disegno di una sagoma che porti al collo una sacca per sputarvi la semenza, così come ho visto a Palermo per i cavalli, che ce le hanno messe sotto il sedere.

Il disegno di Pino Manzella realizzato per l'occasione

Il disegno di Pino Manzella realizzato per l’occasione

Scaturisce un dibattito su quanti cavalli ce l’hanno e su come deve essere questa sacca: in plastica? Noooo, di carta, preciso io. Ma Pino pensa ancora più in avanti: «Ma se la sputi la buccia, la sacca deve essere a distanza di sputo» Uhmmm…diventa complicato! Bisogna fare dei supporti rigidi che dal collo portino la sacca in avanti, a distanza precisa di sputo. Poi però ci troviamo tutti d’accordo: dipenderà dalla bravura di ciascuno nel fare centro.

Poi c’è «manciata e manciata», dice Bruno, «chidda palermitana, per esempio, si sputa di lato», e Bruno mima il gesto con la bocca. Lo fa più volte in modo che io riesca a capire bene. Comunque, rimaniamo che domani devo portare u coppu ri simienza per farmelo capire mégghiu.
E poi c’è chidda paesana … e la simienza si sputa ravanzi a ttia. Evelyn gli dà ragione: prossimamente farà un articolo sul suo blog di cucina per spiegare le differenze tra la manciata paliermitana e chidda paesana. È molto brava Evelyn, sono sicura che saranno in tanti a ringraziarla.

Poi ci sono altri aspetti da considerare. Uno di questi, assolutamente da non trascurare, è che la mangiata di semenza ha una componente emotiva. Dipende tutto da chi ti passa accanto. Perché se è uno che ti infastidisce o che non sopporti, la sputi alla paliermitana, con fare flemmatico,  fissandolo come per dire “vuoi viriri comu t’impiccicu au muru si dici na parola?”. «Accussì si capisce bene chiddu ca piensi», dice Bruno. Se invece sei tranquillo e ti vuoi godere la serata seduto su una panchina, la sputi semplicemente davanti.

«Perché per tutto c’è un perché, cara Eva!», prosegue Bruno in italiano, forse per rimarcarne meglio il senso. Quindi capisco, che per tutto c’è un perché e che la mangiata di semenza non è una cosa semplice, ma un vero e proprio fenomeno socio-culturale: bisogna saperlo fare, cioè interpretare.

La grande bancarella di Via Roma a Terrasini

La grande bancarella di Via Roma a Terrasini

Capisco allora tante cose … come i tanti, semplicemente tranquilli e rilassati, seduti sulle panchine in piazza o sul lungomare, oppure alla Villa a Mare, per godersi meglio lo spettacolo. Capisco anche che la semenza per terra serve a preservare l’asfalto in caso di pioggia e mi sento felice! Mi sento felice per la serenità degli altri e accolgo l’invito di Bruno, Filippo, Pino, Evelyn e Massimo per altre serate di full immersion nelle tradizioni paesane.

 

 

 

 

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3 comments on ““A MANCIATA RA SIMIENZA”
  1. Sabry…e a quando gli " ovuli" :p ahahahah…scherzando -scherzando un bel racconto socio /culturale…manca a mio avviso la manciata di calia e simenza dalle " fimmine "…CHE SI DIVIDE per eta'-cultura e ceto sociale. EVA..TI TOCCA FARE LA SECONDA PUNTATA…TI TOCCA !! ^_^

  2. Pingback: Sputo, sputazza e sputazzate dei palermitani | Agave Palermo

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