UN FATTO INCREDIBILE DEL 1863

Da una ricostruzione storica pubblicata nei primi Anni Ottanta.
Di Rino Catalfio

 

Di questa inquietante quanto dolorosa vicenda, si era sempre sentito parlare in paese, ma in modo molto approssimativo. Di tanto in tanto ricorreva nei vaghi racconti degli anziani, ma poi, col passare del tempo, di essa si era persa traccia.

     
    

Per la prima volta, ed in modo inaspettato, viene ripresa, col rigore proprio della ricostruzione storica, da Rino Catalfio e pubblicata, nei primi Anni Ottanta del secolo scorso, sul periodico “Terrasini oggi” con l’emblematico titolo “Un fatto incredibile del 1863”.

Alla fine degli Anni Novanta il giornalista de “la Repubblica-l’Espresso”, Francesco Viviano, di origini terrasinesi, presenta nei locali della nostra Biblioteca comunale una sua pubblicazione edita col titolo “Annetta e il generale”, che riprende in modo romanzato (ma storicamente attendibile) la vicenda di Annetta Bommarito.
(giuru)
 
Il contesto storico
Il 18 febbraio 1861 i portoni di Palazzo Carignano a Torino si spalancarono per accogliere 443 deputati che venivano da ogni parte d’Italia per partecipare alla cerimonia d’apertura del primo Parlamento italiano.
Uno splendido dipinto del pittore Bossoli ci permette di farci un’idea dello sfarzo e della solennità che caratterizzarono questa cerimonia. Vediamo al centro del dipinto, seduto su una poltrona posta sotto un alto baldacchino, Vittorio Emanuele III, il primo Re d’Italia, e tutt’intorno, in più file a semicerchio, severi e rigidi nei loro abiti da cerimonia i rappresentanti delle regioni italiane.
In mezzo a loro v’erano certamente i deputati della Sicilia che aveva votato in modo favorevole all’annessione nel plebiscito del 21 ottobre 1860.        
«L’Italia è fatta -disse allora Massimo D’Azeglio- ora bisogna fare gli Italiani».
Ed i governi presieduti dal fiorentino Ricasoli, dal piemontese Rattazzi e dal bolognese Minghetti non andarono tanto per il sottile nell’affrontare i gravissimi problemi delle regioni meridionali. Lo Stato fu piemontesizzato, estendendo a tutto il Regno le leggi e gli ordinamenti del ricco ed evoluto Piemonte. Sicché, con un tratto di penna, il “cafone” meridionale fu, improvvisamente, innalzato alla condizione del benestante contadino dell’opulenta Pianura Padana.
Ma questa nuova situazione portò, più che ad un incremento dei suoi diritti, ad un aggravio dei suoi obblighi: più tasse e coscrizione obbligatoria. E la speranza che gli fosse assegnata la terra tolta ai ricchi proprietari svanì ben presto poiché le terre demaniali ed i beni ecclesiastici finirono invece nelle mani avide della ricca borghesia agraria. I contadini delusi reagirono con ribellioni e con il brigantaggio, fenomeno che assunse una notevole rilevanza subito dopo la proclamazione del regno. Basti ricordare che nel 1863 le truppe impegnate nella repressione del brigantaggio contarono ben 120 mila uomini e tra il ‘63 e il ‘65 vi furono 13.853 briganti uccisi, fucilati o incarcerati.
Questa situazione di rivolta, disordini, tensioni sociali aprì il varco ad inauditi soprusi, prepotenze, uccisioni, stragi commesse dalle truppe piemontesi, dai distaccamenti garibaldini, dalle autorità giudiziarie e di polizia. E appena il caso di ricordare i luttuosi avvenimenti di Bronte, Marsala, Licata, Trapani ecc. Fatti atroci, denunciati puntualmente dai deputati siciliani nelle adunanze del Parlamento nazionale a Torino.
Il 7 dicembre del 1863 il deputato siciliano Laporta, ricordando l’uccisione in Sicilia di 68 carabinieri negli ultimi due anni, rese pubblica una lettera del generale piemontese Serpi per dare esempio della prepotenza militare e degli arbitrii perpetrati ai danni delle popolazioni meridionali.
Il fatto che ricordiamo è riportato da diverse fonti. É citato da Carlo Mianello nel libro «La conquista del Sud», da Napoleone Colajanni nel volume «Nel regno della mafia» e fu pubblicato dal giornale di Palermo «Unità politica» nel numero del 27 settembre 1863, in un articolo intitolato «Un fatto incredibile nel 1863».
* * *
La vicenda
A Terrasini tra la famiglia Palazzolo e la famiglia Bommarito non era mai corso buon sangue. Liti frequenti e talvolta cruente avevano movimentato la vita di quel borgo di circa quattromila anime che era la Terrasini intorno al 1860. I Palazzolo erano una famiglia potente, ricca e politicamente influente: un loro esponente, Pietro Palazzolo, era stato in quegli anni sindaco del paese. I Bommarito erano una famiglia numerosa della ricca borghesia agraria, meno rappresentata a livello politico, ma unita, orgogliosa e pronta a rintuzzare o a vendicare ogni offesa o prepotenza che venisse tentata nei confronti dei suoi membri. Restò memorabile una lite fra sette fratelli Bommarito ed esponenti della famiglia avversa, lite che lasciò sul campo di battaglia numerose vittime.
La nostra storia ha inizio nei primi mesi del 1861. Il comandante della Guardia nazionale Vito Di Stefano aveva proceduto all’arresto, forse arbitrario, di alcuni membri della famiglia Palazzolo, che vennero rinchiusi nel carcere di San Filippo. Qui furono trucidati ed il crimine efferato venne attribuito alla famiglia Bommarito. Due componenti della famiglia accusata vennero a loro volta assassinati, mentre contro Vito Bommarito veniva aperto un procedimento penale. A questo punto entrò nella scena il piemontese Serpi, generale dei carabinieri. Legato da stretti vincoli d’amicizia con i Palazzolo si propose di interrompere la faida fra le due famiglie e di restituire tranquillità agli abitanti di Terrasini, combinando un matrimonio tra il figlio del sindaco, Pietro Palazzolo, e Annetta Bommarito, figlia di Vito che era in attesa di giudizio nel carcere di San Filippo.
Era costei una graziosa adolescente, vivace ed affettuosa che conteneva ancora nel cerchio familiare la gioia di vivere dei suoi tredici anni. Le pressioni del Serpi e dei suoi emissari trovarono, all’inizio, decisi ostacoli, ma, man mano si infittiva la trama delle lusinghe, delle minacce, delle insistenze verso tutti i membri della famiglia, queste difese si indebolirono, poiché ci si rese conto che era impossibile resistere alla forza e alla prepotenza. E si consentì al triste baratto, scambiando la libertà del padre con la servitù della figlia. Il Bommarito fu liberato e fu chiusa l’istruttoria nei suoi confronti. Si discusse la dote di Annetta ed il figlio del Palazzolo, promesso sposo, fu ammesso a frequentare la casa del Bommarito.
Ma a questo punto si verificò il fatto imprevisto: la giovane Annetta non riusciva ad accettare le manifestazioni d’affetto dell’imposto fidanzato e, conseguentemente, lo respingeva, manifestando ripugnanza in luogo della tenerezza che il Palazzolo si aspettava. Inutili furono le raccomandazioni dei familiari che chiedevano alla figlia un atteggiamento prudente, temendo le ritorsioni inevitabili del Serpi e degli stessi Palazzolo.
Il che avvenne puntualmente. Il 6 agosto 1863 pervenne al padre una lettera del generale Serpi che lo invitava con frasi brusche e minacciose a recarsi da lui il più presto possibile. Giunto alla sua presenza fu aspramente rimproverato ed incolpato per l’atteggiamento della figlia e gli fu rivolta la minaccia di riaprire il processo se la fanciulla non avesse mostrato disponibilità nei confronti del Palazzolo. Inutilmente il Bommarito cercò di spiegare all’irato generale che la ripugnanza della figlia Annetta era spontanea e non era frutto di pressioni familiari. A queste difese il Serpi rispose: «Ma badate che può entrare nelle conseguenze di questo diniego che si ripiglino i processi per mia opera sospesi».                                                                                                          
Il colloquio tra il Serpi e il padre di Anna Bommarito lasciò l’uno turbato ed impaurito e l’altro furioso e deciso a raggiungere l’obiettivo che si era prefisso. Il povero padre che vedeva riaffacciarsi lo spettro del carcere e del processo promise al persecutore di portare al più presto la figlia al suo cospetto ed il generale, sicuro di piegare la riottosità della fanciulla e di convincerla al matrimonio promesso, accettò la proposta.
Otto giorni dopo, la vittima insieme coi genitori si presentò al generale che cominciò a magnificarle le qualità fisiche, morali e politiche del promesso sposo. Ma l’atteggiamento della fanciulla non mostrava segni di cedimento e, pertanto, il Serpi, avvertendo che le lusinghe non facevano breccia sull’animo della ragazza, passò alle minacce.
Le spiegò che il suo rifiuto avrebbe provocato sicuramente la riapertura dell’istruttoria, l’arresto del padre e la sua probabile condanna ed inoltre altre sventure ed inquisizioni si sarebbero abbattute su tutta la famiglia. La povera ragazza, a questa sequela di orribili minacce, scoppiò in pianto, ma reagì dicendo: «E bello il Palazzolo pel Signor Generale ma non per me: io non posso amarlo».
Queste parole che avrebbero commosso anche i sassi, non mossero più di tanto l’animo malvagio del Serpi che li licenziò, dicendo agli sbigottiti genitori: «Portatela altra volta domani alla mia presenza dopo che essa avrà meglio pensato questa notte al partito da prendere». E l’indomani la povera Annetta fu riportata dal Serpi che infierì su di lei, alternando le minacce alle sottili lusinghe, in un crescendo di invettive, pianti, urla, implorazioni che turbarono a tal punto il padre da spingerlo, abbandonata ogni prudenza, ad urlare in faccia al persecutore: «Ma Dio! Per far finire un processo ci deve andare di mezzo questa vittima? Ma vuole il generale che io parta? Che io venda i miei beni? Che mi uccida?». A queste parole il generale comprese che oramai era vano ogni tentativo di convincere la figlia e, rivolto alla madre, le disse: «Non credevo di essere burlato da una femminuccia, ma ve ne pentirete e, se verrete per qualsiasi circostanza a picchiare alla mia porta, la troverete chiusa. Vi pentirete di aver dissuasa la vostra figlia dal contrarre il matrimonio da me proposto e con freddezza congedò Annetta ed i suoi genitori.
Ritornati a Terrasini i Bommarito riunirono i componenti principali della famiglia ed alcuni amici fidati. Erano presenti: Laura Maniscalco, la nonna paterna di Annetta i fratelli del padre, Ninfa Madonia, moglie di un fratello di Annetta, e Gioacchino Ventimiglia con la moglie Grazia e Candido Comito che aveva testimoniato in istruttoria a favore di Vito Bommarito.
Si discusse la situazione e venne deciso, per far calmare le acque, di rinchiudere Annetta in convento, nel collegio di Maria della Maggiore a Palermo.
Nel frattempo il vendicativo generale non cessava di tessere la trama degli intrighi: l’offesa arrecata da quei villani, a lui, generale delle truppe piemontesi, richiedeva una pronta riparazione e, pertanto, fece immediatamente riaprire il processo, forzando gli scrupoli di un onesto procuratore regio, il signor Sismonda, ed ebbe un lungo colloquio riservato con un suo sottoposto, un colonnello del regio esercito piemontese.
La mattina del 21 settembre quegli abitanti di Terrasini-Favarotta che si apprestavano ad uscire dal paese per assolvere ai loro quotidiani impegni, ebbero una sgradita sorpresa: l’imbocco delle strade esterne del paese, via Agghiannuni (oggi, Agliandrone), via Maraggiari, via Gazzara, via Della Torre e via Palermo era bloccato dai soldati del XIX Fanteria di linea. Alle richieste dei Terrasinesi, incuriositi ed intimoriti dal vasto spiegamento di forze che circondava il paese, si rispose che si cercavano i renitenti di leva ed alcuni indiziati di reati comuni. La spiegazione fu poi smentita dal delegato locale che affermò che a Terrasini non vi erano renitenti perché alla chiamata avevano tutti risposto spontaneamente e di criminali ricercati non ve n’era nemmeno l’ombra.
I primi ad essere prelevati nelle loro case furono: Grazia Morello, la moglie di Vito che era incinta di otto mesi, la suocera Laura Maniscalco, Ninfa Madonia, moglie di Rosario Bommarito figlio di Vito, Giuseppa Serra, moglie di un fratello di Vito, Grazia Ventimiglia, moglie di un amico della famiglia Bommarito, un altro fratello di Vito, Salvatore Bommarito e il testimone che abbiamo già ricordato, Candido Comito.
Compiuti questi arresti il giudice supplente di Terrasini-Favarotta, Signor Vito Di Stefano, fu invitato a recarsi a Capaci per conferire col colonnello, comandante la colonna militare inviata a Terrasini. Giunto al cospetto del colonnello l’ignaro giudice si sentì incolpare del mancato matrimonio tra Annetta e il Palazzolo e gli fu ingiunto di adoperarsi a risolvere al più presto la questione, favorendo le contrastate nozze.
Il nostro giudice protestò la sua innocenza, dicendo che non aveva alcun motivo di ostacolare le nozze che riguardavano solamente la ragazza ed i suoi genitori. 
A quella ferma risposta il colonnello non seppe replicare e, con evidenti segni di insofferenza, accomiatò bruscamente il giudice Di Stefano. Poi, venuto con numerose truppe a Terrasini, si recò alla caserma, dove erano ancora rinchiusi, in stato di fermo, numerosi parenti di Annetta, e ordinò che fosse portata al suo cospetto Grazia Morello, la sventurata madre di Anna.
Il colloquio tra i due fu agitato: il colonnello tentò di piegare la volontà della povera donna, immaginando che la resistenza al matrimonio nascesse dall’ostilità dei genitori. E a lui ripeteva, piangendo, la sventurata madre, che nessuna influenza era stata esercitata sulla ragazza, che, anzi, tutta la famiglia aveva cercato di convincerla alle promesse nozze. Il colonnello insoddisfatto chiese del marito e, saputo che si trovava fuori Terrasini, gli inviò un salvacondotto affinché potesse giungere celermente alla sua presenza. E Vito Bommarito si affrettò a tornare a Terrasini, dove, portato immediatamente alla presenza del colonnello, si sentì rivolgere queste parole: «Io son qui venuto per fare effettuare il matrimonio di vostra figlia con Pietro Palazzolo, ed ho disposizioni tremende per raggiungere lo scopo». Il Bommarito rispose che, finora, erano stati vani i tentativi di convincere la figliola a rispettare la promessa fatta dal padre ed a consentire alle nozze col Palazzolo. Aggiunse che ella era ancora nel Collegio di Maria della Maggiore a Palermo e che tentassero loro quanto non era riuscito alla famiglia. Il colonnello non perse tempo e, dopo essersi consigliato col sindaco e col delegato, formò una commissione che ebbe l’incarico di recarsi a Palermo senza ulteriori indugi. Essa era composta dal giudice supplente, Signor Vito Di Stefano, dal notaio Giovan Battista Cataldi, dal cancelliere Gaspare Madonia, da Ciro Bommarito che era lo zio della ragazza, da Angela Brandaleone, nonna materna di Annetta. Il colonnello, riunitili ed istruitili sul da farsi, li congedò, rivolgendo loro queste minacciose parole: «Andate a persuadere la giovane, e badate di tornare al più presto possibile con la di lei adesione; se no ho tante manette da ammanettare tre famiglie».                       
É facilmente immaginabile lo stato d’animo dei componenti la commissione che, terrorizzati dal prepotente colonnello, si misero in viaggio per Palermo.
Ai tempi del primo ingresso di Annetta nel monastero, i suoi genitori avevano fatto ricorso, affinché fungesse da mallevadore, al signor Giuseppe Bruno Giordano che aveva, assai cortesemente, raccomandato la fanciulla alla badessa del convento palermitano. Ed alla sua porta bussarono i componenti della commissione perché intercedesse presso la badessa e ottenesse loro un colloquio con la giovinetta. Il colloquio, svoltosi alla presenza di tutte le persone menzionate, non ebbe alcun esito. Ognuno spiegò ad Annetta la tristissima situazione, il pericolo che sovrastava sulla sua famiglia e sui compaesani, la triste ostinazione di quei prepotenti che assediavano il paese e ognuno la supplicò di desistere da quella intransigenza che mostrava verso il Palazzolo, ma tutto fu inutile: rampogne, preghiere, imprecazioni, pianti non riuscirono a piegare la ferrea resistenza della ragazza che, fra le lacrime, affermò che, se fosse stata costretta alle nozze, avrebbe preferito darsi la morte. E vani furono i tentativi di ottenere dalle monache la consegna di Annetta che la superiora, commossa dal pianto della fanciulla, non acconsentì alla richiesta.
 L’infelice commissione, i cui membri già sentivano serrarsi intorno ai polsi le catene promesse, si recò allora all’Arcivescovado per ottenere dallo stesso arcivescovo il consenso alla consegna della fanciulla. Ma questi era assente ed allora la supplica fu rivolta al vicario che, dopo avere ascoltato il curatore del Collegio, canonico Polito, il cappellano del monastero, sacerdote Colombo ed il summenzionato Giuseppe Bruno Giordano, decise che, in quel frangente, in quella tristissima storia di violenza, minor danno avrebbe comportato la consegna della fanciulla e danno maggiore al paese l’ostinarsi a trattenerla in convento. 
E così la badessa fu costretta a consegnare la giovinetta in lacrime allo zio Ciro ed alla nonna Angela che la riportarono a Terrasini, facendo tirare un sospiro di sollievo agli altri componenti della commissione, oramai sicuri di trascorrere il resto della loro esistenza nelle inospitali carceri palermitane. L’incontro tra il colonnello piemontese e Anna Bommarito avvenne a Capaci, dov’era acquartierato il 19° Fanteria di linea. É facile immaginare la scena straziante e le parole e le lagrime della poverina.
Sorge spontaneo un raffronto con la scena descritta dal Manzoni nel XXI capitolo dei Promessi Sposi anche se il nostro colonnello non rassomiglia certamente all’Innominato ed Annetta Bommarito ha pochi tratti in comune con la Lucia manzoniana. Ma la situazione è analoga: un prepotente che agisce su commissione di altri prepotenti ed una povera vittima strappata alla supposta protezione di un convento.
Il colonnello attendeva la fanciulla in compagnia del delegato di pubblica sicurezza Selvaggio. Appena la vide, rimase certamente turbato per la giovane età e per il tormento che traspariva dal volto della fanciulla così dolorosamente provata. Vi fu certamente il tentativo di convincerla, di farle assumere un diverso atteggiamento. Ma Annetta, prostratasi ai suoi piedi, lo pregò di usarle misericordia e di non infierire sui suoi genitori che nessuna colpa avevano se non di averla generata. Quelle parole, quei lamenti, quelle lagrime addolcirono il viso severo del colonnello che, turbato dal dolore e dal terrore che aveva letto negli occhi della fanciulla, volle rincuorarla: «Fatevi coraggio e tornate dalla vostra famiglia. Lasceremo al tempo il determinare in voi la convinzione dell’utilità di questo matrimonio». E Annetta, rincuorata, poté tornare a Terrasini e, nei giorni seguenti rientrò in convento.
* * *
Sembra che il signor Covone, un onesto ed influente generale dell’esercito venuto a conoscenza della storia, abbia richiesto spiegazioni al colonnello del suo comportamento, ordinandogli di non recare più molestia ad Annetta e alla sua famiglia.
E in tal modo ebbe termine questa incredibile vicenda che un giornale dell’epoca denominò, un po’ enfaticamente, «Un’Iliade di sventura».                                                                                              
(R. C.)
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