TRA IDEOLOGIA E COMPORTAMENTI LINGUISTICI

Una ricerca condotta 
nelle scuole di Terrasini
di Martina Consiglio

     

 Una più che interessante indagine linguistica, ricca di questionari e tavole riassuntive, che non poteva mancare dal nostro blog per gli evidenti nessi socio-culturali con la realtà terrasinese. Ci si riferisce alla tesi di laurea di Martina Consiglio, conseguita di recente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo. 

      I risultati della ricerca -per la cronaca- saranno illustrati e dibattuti presso la Scuola Media (Istituto comprensivo) alla presenza dell’Autrice e di Preside e docenti. L’incontro avrà luogo GIOVEDI 12 APRILE alle ore 17:00, col Patrocinio della Regione Sicilia, del Comune di Terrasini e dell’Associazione culturale “Così, per … passione!”.
Lo studio comprende diverse parti, alcune delle quali molto specialistiche, altre più fruibili. 
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 AVVERTENZA:

I Lettori noteranno alcune imperfezioni grafiche come, ad esempio, gli apostrofi doppi o altro ancora. Non è stato sempre tecnicamente possibile -almeno per noi- eliminarle e di questo ci scusiamo.

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INDICE
Introduzione
I. Obiettivi 
II. L’ambito teorico
1. Dialetto e lingua 
2. Stereotipo e pregiudizio 
3. Pregiudizi linguistici  
III. Aspetti legislativi 
IV. La ricerca
1. I precedenti 
2. Il contesto territoriale e sociale
3. Il campione 
4. Il metodo e gli strumenti 
I questionari
I testi
1. Analisi motivazionale  
2. Spie linguistiche  
Conclusioni 
Bibliografia e linkografia 
Appendici
A. Risposte alla domanda singola in trascrizione fedele  
B. Questionari 
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I. Obiettivi
Il punto di partenza di questa tesi è dato dalla curiosità di indagare i cambiamenti comportamentali e ideologici dei bambini e degli adolescenti siciliani all‟interno delle loro relazioni quotidiane con il dialetto.
Ho analizzato un campione di studenti del paese di Terrasini (PA), compresi entro la fascia d‟età 8-20 e ho svolto la ricerca concentrandomi sulle motivazioni profonde –per quanto sia stato possibile– di una propensione al dialetto o di un rifiuto per esso, le quali sicuramente si rivelano attraverso l‟esplicita dichiarazione da parte dei soggetti interessati, ma si rendono altrettanto manifeste osservando il contesto socio-culturale in cui essi stessi vivono.
È per questo che ho proposto agli studenti di tre gradi scolastici diversi, accanto ad una riflessione autovalutativa, un questionario in cui una parte delle domande è dedicata alla situazione familiare degli alunni dal punto di vista compositivo, culturale e linguistico, e una parte alla condizione extrafamiliare degli stessi, ovvero ai loro hobbies, alle relazioni con i compagni, alle preferenze personali.
L‟obiettivo? Entrare, attraverso l‟analisi delle risposte, all‟interno del loro mondo e cercare in questo modo di capire cosa ci sia in fondo alle loro risposte, cosa essi abbiano realmente voluto dire e, possibilmente, perché.

II. L’ambito teorico
 
1. Dialetto e lingua
Non è possibile iniziare a parlare di dialetto senza una premessa che analizzi il rapporto fra lingua ufficiale e dialetti, in particolare all‟interno del contesto italiano, il quale linguisticamente si distingue dagli altri paesi europei per una vicenda lingua-dialetto del tutto particolare.
L‟italiano è una lingua romanza, ovvero evolutasi dal latino. È opportuno parlare di “evoluzione” e non di “derivazione” –come purtroppo si sente spesso– perché tale processo non si manifesta come una catastrofe improvvisa, bensì come “una crisi linguistica lunga e interna, che non implica processi di semplificazione, ma lo sviluppo verso un tipo, un‟organizzazione sistematica nuova” (Rinaldi, 2008, 13). Il diretto antecedente dell‟italiano fu però un latino distinguibile sia per via diacronica sia per via diamesica dal latino classico. Il concetto di latino classico è difatti quello immobile della letteratura e del linguaggio giuridico amministrativo che riguarda in particolare il periodo aureo della latinità, tra la fine della Repubblica e il principato augusteo. Il latino che si evolve nell‟italiano e nelle altre lingue romanze, invece, è un latino che viene definito volgare o –con accezione più pertinente– parlato, colloquiale, popolare: è il latino parlato da tutte le classi sociali (non solo, quindi, dalle più umili e meno colte) nell‟epoca tarda dell‟impero romano, dal III secolo in poi.
Le conquiste di Roma si sono realizzate nell‟arco di circa cinque secoli, fra il III secolo a.C. e il II secolo d.C. e in questo lunghissimo arco di tempo il latino venne considerato la lingua dei dominatori, sovrapponendosi alle lingue locali come l‟osco, l‟umbro, l‟etrusco, le lingue celtiche e così via, le quali presero il nome di lingue di sostrato.
Fino a quando il vastissimo territorio dell‟Impero rimase integro, il latino continuò a rimanere un organismo abbastanza unitario, mantenuto tale dalla circolazione interna di merci e persone. Ma quando l‟assetto politico dell‟Impero e la sua struttura amministrativa si disgregarono (la data convenzionale della “caduta” dell‟Impero romano d‟Occidente è il 476 d.C.), la produzione e i commerci ristagnarono, l‟istruzione decadde, tutta la vita civile si impoverì, le comunità restarono isolate l‟una dall‟altra e allora anche i “latini volgari” (al plurale perché le lingue di sostrato produssero una differenziazione diareale dovuta alla loro influenza volontaria o involontaria sul latino) delle varie regioni presero a svilupparsi in direzioni divergenti. Proprio questi “latini volgari”, rimasti svincolati gli uni dagli altri e perciò spinti a evolversi indipendentemente, sono gli antenati dei diversi volgari neolatini o romanzi, ovvero degli odierni dialetti regionali d‟Italia.
In questo lento e lungo processo – per tutto il Medioevo, se non addirittura oltre, l‟unica lingua ufficiale e pubblica verrà considerata il latino classico – due fattori possono essere considerati dei veri e propri catalizzatori: il Cristianesimo –che, a partire già dal III secolo, introdusse nella lingua latina nuovi termini desunti dalla vita quotidiana e dal parlato, contenenti importanti evoluzioni dalla lingua letteraria (come ad esempio le risemantizzazioni di captivus e paganus) – e le invasioni barbariche , le quali, da un lato ampliarono il vocabolario del nascente italiano con termini desunti dalle loro attività e dai loro costumi (werra prevale su bellum, fortiam prende il posto di vim, termini completamente nuovi come sapone, feudo, albergo, ecc), dall‟altro modificano determinate caratteristiche strutturali del latino (introduzione dell‟articolo, abbandono dei verbi deponenti, mutamento del sistema comparativo, sviluppo moderno dei plurali ecc), segnando un importante passo avanti verso il nuovo assetto romanzo.
Le invasioni barbariche influirono moltissimo sulla lingua non solo da un punto di vista prettamente linguistico, ma anche da un punto di vista sociale. Esse furono considerate, infatti, la causa decisiva dell‟irreversibile “imbarbarimento” del latino, tralasciando spesso un elemento importante: le lingue barbariche agirono nei confronti di un sistema linguistico già fortemente indebolito. Di conseguenza il volgare venne a lungo concepito come una corruttela del latino causata dalla fusione con le lingue germaniche degli invasori, e la stessa definizione di „volgari‟ resterà a lungo nel vocabolario italiano per esprimere le contemporanee varietà linguistiche presenti nel territorio.
È possibile iniziare a parlare di dialetti solo tra il XVI secolo e il XVII, in quanto è a partire da questo secolo – tra le Prose della volgar lingua di Bembo (1525) e la prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) – che si afferma una lingua nazionale italiana, seppure limitata alla letteratura: solo ora, in una consapevole opposizione ad essa, esistono i dialetti
Ogni dialetto è dunque il legittimo erede del latino volgare e tutti sono su uno stesso livello di importanza, prestigio e antichità. Ma allora come si è creata la differenziazione di questi, a tal punto da poter affermare che “la varietà dialettale d‟Italia non ha paragone nel dominio romanzo, né negli altri spazi linguistici europei (slavo, germanico, ecc.)”1?
La risposta può essere affrontata sinteticamente attraverso tre punti:
1) Le grandi aree dialettali coincidono in modo abbastanza evidente con le aree di stanziamento delle etnie prelatine; dunque una prima spiegazione è quella, precedentemente anticipata, che nel processo di differenziazione sicuramente ha agito il sostrato linguistico.
2) Certamente sono stati importanti, inoltre, i confini naturali (il mare che isola la Sardegna, l‟Appennino che divide l‟Italia settentrionale da quella centrale, il massiccio della Sila che ostacola il passaggio via terra alla Calabria meridionale), quelli amministrativi, come nel caso delle diocesi, e quelli più prettamente politici.
3) Infine ha influito in maniera non trascurabile la diversa cronologia della latinizzazione, per cui il latino che entrava nei vari territori era un latino appartenente a fasi diverse della propria evoluzione interna.

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1. Renzi – Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, 2003, pg 57.
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Fondamentale per la presa d‟identità del dialetto è stato, come abbiamo visto, l‟istituzionalizzazione della lingua italiana, avvenuta in seno alla cinquecentesca questione della lingua, un vero e proprio dibattito culturale che verteva verso l’individuazione del tipo di volgare più adatto alla scrittura e alla comunicazione colta. Si è già fatto a questo punto un primo passo avanti verso la considerazione del latino come unica lingua letteraria. In questo sicuramente ha avuto un ruolo di primo piano, diversi secoli prima, anche la scuola poetica siciliana, nata in seno alla Magna Curia di Federico II di Svevia tra il 1230 e il 1260, che rappresenta uno dei primi casi di diffusione sovra regionale di un volgare italiano: fu grazie a loro che un volgare italiano (quello siciliano per l‟appunto) iniziò ad essere considerato una lingua pari alla prestigiosa e contemporanea lingua d‟oc dei trovatori, l‟unico volgare letterario finora conosciuto in Italia. Tornando al dibattito cinquecentesco, tre sono le principali tesi discusse lungo l’intero secolo: la tesi classicista, propugnata da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525); la tesi “cortigiana” promossa con alcune sfumature da diversi esponenti (Calmeta, Castiglione) che proponeva un modello linguistico ibrido, costituito dalla fusione di diversi volgari italici parlati nel nobile ed elegante ambiente delle corti; la tesi del “fiorentino parlato” sostenuta principalmente da Niccolò Machiavelli nel Discorso intorno alla nostra lingua.
Fu la tesi di Bembo a prevalere, la quale proponeva un canone letterario limitato a Petrarca per la poesia e a Boccaccio per la prosa, tendendo a creare un modello esclusivamente letterario, fortemente elitario e svincolato dalla realtà del parlato. Se da una parte un canone così precisamente e indiscutibilmente delineato qual era quello proposto da Bembo risulta astratto e rigido, dall’altra la proposta bembiana presenta caratteri di universalità che la resero facilmente attuabile e che le concedettero il „trionfo‟.
Da allora le numerose “questioni della lingua” che nacquero in ogni epoca storico-letteraria, riguardarono non più la contrapposizione Latino/Volgare, quanto quella di Italiano/Dialetti (2).
Ed è proprio questa opposizione che mi propongo di analizzare, soffermandomi sul contesto contemporaneo. Oggi la questione lingua/dialetto deve essere affrontata puntando l‟attenzione sul rapporto che ogni individuo della nostra società ha con il dialetto, il quale rapporto assume connotazioni non solo linguistiche, ma anche psicologiche e sociali.
Occorre dunque soffermarsi sulle ideologie che sono presenti all‟interno della nostra società, le quali sono molto spesso veicolate dai pregiudizi che gli individui hanno sul dialetto e sui dialettofoni.

2. Stereotipo e pregiudizio
Pregiudizio viene definito da Allport (1973) un “giudizio negativo sull‟altro, costruito a priori, che induce ad attribuire elementi negativi agli altri, a pensar male di qualcuno o di qualcosa” (cfr. Ruffino, 2006, pg.39). Alla base del pregiudizio vi è lo stereotipo, ovvero “l‟immagine o l‟idea relativa a categorie o gruppi che viene utilizzata per sostenere il pregiudizio” (Ruffino, 2006, pg.39). Lo stereotipo, tuttavia, a differenza del pregiudizio, di cui è nella maggior parte dei casi immediato predecessore, non nasce con tratti esclusivamente negativi: è difatti un elemento cognitivo fondamentale di classificazione, necessario fin dall‟infanzia per immagazzinare ed elaborare le informazioni che provengono dall‟esterno. Lo stereotipo può però degenerare, diventando un modo di categorizzazione rigido e persistente, basandosi su una estensione, a tutti i membri di un determinato gruppo sociale, di caratteri che si ritengono tipici o costitutivi di quel gruppo
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2. Basti pensare all‟importante questione della lingua sviluppatasi nell‟Ottocento e alimentata da Manzoni e Ascoli: il primo sosteneva l‟uso del dialetto fiorentino parlato dai borghesi colti; il secondo credeva che si dovesse fondare, aprendosi a tutte le componenti culturali della nazione, una lingua capace di creare uno strumento reale di comunicazione.

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sociale. Ecco allora che, se lo stereotipo inizia a bloccare le relazioni fra i membri di gruppi che presentano caratteristiche opposte, si può parlare di pregiudizio.
3. Pregiudizi linguistici
Tralasciamo gli innumerevoli pregiudizi di cui la società è al contempo vittima e carnefice (perché tutti – chi più, chi meno – facciamo parte di un determinato gruppo e non di un altro), e soffermiamoci sui pregiudizi linguistici in Italia.
Elemento fondamentale della nascita o del rafforzamento del pregiudizio linguistico nel nostro territorio è stato il programma di unificazione linguistica messo in atto a partire dall‟Unità dell‟Italia, che sosteneva la necessità di imporre
un modello linguistico estraneo alla stragrande maggioranza della popolazione e inevitabilmente di diffondere un‟idea negativa del dialetto, fino a dichiarare, con la legge Coppino del 1877 che “l‟obiettivo primario, al di là dell‟eliminazione delle tracce dei dialetti nell‟ortofonia e nell‟ortografia, è quello dell‟eliminazione dei dialetti”. Crollavano così i due capisaldi della concezione ascoliana:
# “i dialetti non possono essere meccanicamente sostituiti, per di più dall‟alto”. (Ruffino, 2011) 
# “dialetti e lingua possono convivere, e la scuola deve guidare al possesso della lingua italiana attraverso un paziente lavoro di comparazione e integrazione” (ibidem).
Vorrei a questo punto precisare una mia considerazione. Per quanto “violento” sia stato questo modo di agire da parte del governo neonazionale, e tenendo sempre presente l‟importanza che i fermenti filodialettali hanno avuto nella nostra storia linguistica, ritengo che un‟azione dura contro i dialetti e i regionalismi, sia stata necessaria in un primo momento per la creazione di una lingua unica, essenziale per uno stato coeso; credo inoltre che se pur ci sia stato da parte del gruppo dirigente un fattore egemonico verso i subalterni affinché questi rimanessero in una condizione di inferiorità (Francescato, 1996), in fondo l‟azione contro i dialetti è stata, solo ed esclusivamente nella fase iniziale, necessaria per creare praticamente da zero una lingua nazionale.
Tuttavia, per quanto ciò possa essere stato legittimo in passato, questo non esclude che oggi, essendo stato raggiunto lo scopo prefissato, sia necessario intervenire concretamente con un‟attività reale e applicativa per valorizzare i diversi patrimoni linguistici regionali.
Ritengo opportuno a questo punto analizzare la situazione legislativa italiana, concentrandomi in particolare sulla Sicilia, riguardo i provvedimenti linguistici all‟interno delle scuole.
III. Aspetti legislativi
Per esaminare il nostro percorso legislativo partiamo dalla Costituzione Italiana e leggiamo gli articoli 3 e 6: 
                                                           Art.3
“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali (…) è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l‟eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all‟organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
Art. 6: 
“La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”
E ricordiamo che l‟art. 9 tutela il patrimonio storico, ovvero non solo le lingue delle minoranze, ma ogni idioma parlato sul territorio della Repubblica.

Tutto ciò dovrebbe prevedere una forte attenzione del nostro governo verso le tematiche linguistiche, in particolare dialettali o minoritarie, attenzione che però in molti casi si è mostrata fioca e il più delle volte tardiva.

L‟art 14 e l‟art 17 dello Statuto della Regione Siciliana concedono alla Sicilia una condizione particolare non solo rispetto alle regioni a statuto ordinario, ma anche rispetto ad altre regioni a statuto speciale, i cui ordinamenti prevedono in materia una potestà legislativa di integrazione e attuazione delle leggi statali; nonostante ciò, non si è nel passato configurata una vera e propria strategia per un organico intervento in materia. Sicuramente però – è bene ribadirlo – ha avuto una grande incidenza negativa sull‟azione del parlamento regionale la mancata definizione della normativa di attuazione in materia di pubblica istruzione, ai sensi dell‟art. 43 dello Statuto Siciliano, normativa emanata solo nel 1985 e di cui parleremo più avanti.
Concentrandoci sulla Regione Sicilia, la situazione linguistica va da una parte considerata all‟interno del più vasto quadro della realtà linguistica e sociolinguistica italiana, ma d‟altra parte presenta delle specificità che derivano da una storia regionale del tutto particolare, movimentata e ricca di culture e lingue diverse.
Il siciliano, all‟interno della classificazione dei dialetti italiani, è incluso nella sezione dei dialetti meridionali estremi, assieme ai dialetti del Salento e a quelli della Calabria meridionale (cfr carta n°1, pg. 10).
Inoltre, all‟interno della stessa Sicilia vi sono due comunità alloglotte, quella albanese (Piana degli Albanesi, Contessa Entellina, S.Cristina Gela) e quella galloitalica (Piazza Armerina, Sperlinga, Nicosia, ecc.) che convivono con l‟italiano e il siciliano, quest‟ultimo, secondo la classificazione messa a punto da Piccitto(3), ulteriormente suddivisibile in tre aree: il Siciliano Occidentale che comprende il Palermitano, il Trapanese, l‟agrigentino centro-occidentale; il Siciliano Centrale che comprende la parlata delle Madonie, il Nisseno-Ennese, l‟agrigentino orientale; il Siciliano Orientale che comprende le parlate del sud-est e del nord-est, il Catanese-Siracusano, il Messinese.
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3. Giorgio Piccitto, Il siciliano dialetto italiano, 1959. 
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Il primo provvedimento emanato da un organismo regionale in materia didattica fu il decreto presidenziale 10 luglio 1951, n.91/A, intitolato “Modifica ai programmi delle scuole elementari della Regione Siciliana”.
Interessante è osservare il contesto all‟interno del quale matura tale provvedimento: il dopoguerra italiano, subito dopo la caduta del fascismo, quando sono stati redatti i programmi per le scuole elementari e materne approvati con D.L n. 459 del 24 maggio 1945, provvisori e scarsamente attenti al rapporto italiano-dialetto (si raccomanda unicamente al maestro di evitare dialettalismi quando legge a voce alta), che in pratica confermavano la normativa precedente(4), la quale aveva oscurato i barlumi di una educazione linguistica
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4. R.D. n.577 del 5 febbraio 1928; R.D. n.1297 del 26 aprile 1928.
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rispettosa del dialetto, quale era quella della Riforma Gentile del ‟23, con i programmi Lombardo Radice(5), illuminato pedagogista siciliano.
Al decreto del 1951, preceduto dunque da attività legislative e culturali scarsamente attente alla tematica linguistico-dialettale, vengono allegati i nuovi programmi, la cui ampia e pertinente Premessa viene considerata un esempio di rigore e lungimiranza. Nella prima parte di questa vengono rese esplicite le particolari condizioni locali in cui si affermano le preoccupazioni del governo per la pubblica amministrazione, le quali hanno 
 “una doppia urgente finalità: liberare l‟isola nel più breve tempo possibile delle residue aliquote dell‟analfabetismo e della depressione culturale ed orientare la formazione dei fanciulli verso quelle finalità educative che, da una parte, scevre da ogni astrattismo, possano servire di fondamento alla più alta espansione di una libera personalità umana e dall‟altra, nei limiti della scuola elementare, possano realizzare le strutture fondamentali del cittadino moderno sulla consapevolezza riflessa di quei vincoli spirituali che lo legano indissolubilmente e originariamente all‟ambiente natio”.(6)

Viene inoltre considerato
(…) legittimo e preliminare che essa [l‟autonomia regionale] affondi sempre più le sue radici nella coscienza del popolo siciliano, elevandolo ad intendere meglio e, perciò stesso, a presidiare le profonde radici della sua riorganizzazione sociale ed economica e, con questa, i suoi più impegnativi doveri verso la collettività nazionale”.
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5. Per mostrare la differenza abissale fra il programma De Vecchi e quello Lombardo Radice si possono prendere in esame poche righe. Ad esempio, laddove Lombardo Radice scriveva che il maestro deve migliorare la propria didattica “Vivendo con animo partecipe la vita del suo popolo; riascoltando la voce dei grandi (…) cercando nuova guida al suo spirito in buoni libri”, De Vecchi oppone che il maestro “deve vivere con animo partecipe la vita della Nazione ravvivando (. . .) sulla voce dei Grandi”. Le modifiche attuate dimostrano infatti una tensione verso la storia Nazionale, per creare quasi una sorta di fede nei valori da essi esposti.
6. Per questa e per le altre citazioni di questo paragrafo la fonte è G.Ruffino Scuola, Dialetto, Minoranze linguistiche. L’attività legislativa in Sicilia (1946-1992), Palermo, 1992.

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Più avanti si parla della “urgenza di una scuola nella quale il fanciullo viva, con intelligenza riflessa, il suo stesso mondo e costruisca in esso e per esso la sua personalità”. Accade infatti spesso (anche tutt‟oggi) che l‟alunno trovi nella scuola un complesso di idee che gli sono del tutto estranee, su cui però dovrà fondare –o sarà costretto a fondare– la propria vita individuale e sociale. Così 

 “il fanciullo subisce due violenze che lo rendono più recalcitrante o un fantoccio: la prima consiste appunto nell‟elaborazione astratta di una organizzazione di idee alla quale egli perviene senza una partecipazione attiva e vissuta della sua vita interiore; l‟altra, nella obliterazione sistematica di questa sua vita, respinta sempre come una vita inferiore, della quale egli debba quasi vergognarsi, una volta che la scuola, con tutta la solennità del suo prestigio, ostenta di ignorarla, quando apertamente non la nega e non la disprezza. (…) il fanciullo vive nella scuola una doppia vita (…), motivo non ultimo questo della povertà interiore della nostra vita scolastica, che decade sempre più al valore di una necessità strumentale e pratica che bisogna subire”.

A proposito del problema dell‟educazione nazionale, si sottolinea con forza e passione – perché questa è una legge che nasce da autentiche passioni e tensioni ideali – che la scuola può essere contemporaneamente regionale e nazionale solo se si riesce a vivificare i valori della tradizione regionale “per trarre dalla loro ricchezza i richiami ad una capacità di ritrovarsi con piena libertà in un mondo spirituale più vasto, questo è il compito precipuo di una scuola regionale educativa”, ma tutto ciò resterebbe una enunciazione astratta se non si attingesse ai “principi immediati della condotta che l‟individuo vive nella sua prima esperienza”, e tra questi in primo luogo vi è sicuramente il linguaggio natio.
Alla fine della premessa si giunge così alla definizione di un diverso approccio del maestro con la cultura regionale: esso dovrà tenere costantemente presente “l‟opportunità di non respingere i motivi della coscienza e della cultura regionale”.
Per quanto riguarda i programmi, in quelli concernenti la lingua italiana ritorna per intero la concezione educativa di Lombardo Radice. Tra le Avvertenze correlate si ritrova:

“solo si reputa necessario sottolineare, nello sviluppo dell‟insegnamento, in tutte le sue fasi, l‟opportunità di coltivare quel complesso di sentimenti e quel particolare pathos che sostanziano e caratterizzano l‟anima regionale: e poiché essi si rivelano immediatamente e genuinamente nell‟espressione dialettale, ne consegue che questa deve essere assunta come un elemento positivo del processo dell‟educazione; e, da una parte va elaborata e trasfigurata nell‟acquisto progressivo della lingua nazionale, dall‟altra va considerata come il mezzo unico e naturale col quale la coscienza infantile si rivela all‟educatore”.

Tuttavia questo decreto –il più vivo e il più serio per almeno mezzo secolo della nostra legislazione– fu un provvedimento del tutto isolato e di conseguenza inefficace: da lì a qualche anno nei programmi Ermini (D.P.R n. 503 del 14 giugno 1955) si affermerà: “L‟insegnante dia sempre l‟esempio del corretto uso della lingua nazionale e, pur accogliendo le prime spontanee espressioni dialettali degli alunni, si astenga di rivolgere loro la parola in dialetto”. Nel secondo ciclo poi non si dovranno confondere i modi del dialetto con quelli della lingua e “si cercherà ogni occasione per disabituarli dagli idiotismi e dai solecismi”.
Nonostante ciò non si può ignorare il fatto che proprio in questi anni, all‟interno di una società che lentamente stava risorgendo dalle macerie della guerra, mentre la scuola stentava ad uscire da condizioni di forte arretratezza e le prospettive di un rinnovamento nell‟educazione linguistica, come abbiamo visto, cadevano nel vuoto, nacquero una nuova “questione della lingua” e nuove forme di impegno militante: i ripetuti interventi di Pasolini e Calvino; l‟insegnamento di Don Milani, che dichiarava «la lingua ci fa uguali», analizzandola nel suo aspetto sociale(7); la presenza di nuovi libri di grammatica nei quali il rigido impianto normativo viene abbandonato per rivolgere maggiore attenzione alle varietà del repertorio linguistico italiano, con particolare riguardo all‟italiano regionale e al dialetto; l‟impegno di una nuova generazione di linguisti (Tullio De Mauro) e insegnanti elementari (Gianni Rodari, Bruno Ciari) che, assieme ai nuovi movimenti e alle nuove associazioni (SLI, GISCEL, CIDI, MCE) risposero all‟esigenza di far acquisire l‟italiano senza traumi, senza creare complessi nei riguardi del dialetto e della cultura dialettale.
Soltanto alla fine degli anni ‟70 venne presentato un significativo disegno di legge di iniziativa governativa riguardante “provvedimenti intesi a favorire lo studio del dialetto siciliano e delle lingue delle minoranze etniche nelle scuole dell‟Isola”(8). Questa proposta legislativa il 6 maggio 1981 divenne a tutti gli effetti legge della Regione Siciliana (L.R. n.85 ). Tra gli interventi più interessanti:
a) L‟autorizzazione per “attività integrative volte all‟introduzione dello studio del dialetto ed all‟approfondimento dei fatti linguistici, storici, culturali ad esso connessi ” (art.1),
b) La concessione di contributi “per l‟acquisto di sussidi didattici e di testi da utilizzare per la sperimentazione” e “per la corresponsione ai docenti che, in aggiunta al normale orario di servizio, espleteranno anche l‟attività integrativa di insegnamento del dialetto (art. 3);
c) L‟istituzione o la promozione da parte dell‟Assessorato regionale di corsi di aggiornamento culturale sulla materia del dialetto siciliano per i docenti
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7. Don Milani considerava la lingua un fattore di esclusione e soggezione nei confronti di chi sa parlare “meglio” da parte dei “poveri linguisticamente”, i quali, finché rimarranno in una condizione di questo tipo, saranno inevitabilmente soggetti a disinformazione, al raggiro e ad una condizione dichiaratamente inferiore.
8. Presentato il 15 dicembre 1979 dal Presidente della Regione Sicilia Pier Santi Mattarella su proposta dell‟Assessore per i Beni Culturali e ambientali e per la Pubblica Istruzione Luciano Ordile.

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Già al momento della discussione in aula del disegno di legge si sviluppò sulla stampa siciliana un serrato dibattito in merito al valore e al significato della legge, i suoi presupposti e le prospettive: si alternarono opinioni favorevoli (Buttitta, Lo Piparo), contrarie (Farinella), scettiche (Calvino, Sciascia). In particolare Lo Piparo, in quanto linguista particolarmente attento alla questione, puntualizzò che sarebbe stato “scientificamente scorretto e politicamente nocivo studiare e fare studiare i dialetti come realtà linguistiche separate dalla lingua italiana, e [sarebbe stato] altrettanto scorretto e nocivo studiare e fare studiare la lingua italiana senza collegarla con lo studio dei dialetti italiani. Lo stesso discorso vale per la letteratura”.
Un dibattito tuttavia poco determinante, se pur molto sentito dai partecipanti, considerando che, per la carenza degli strumenti didattici e per la indisponibilità ad attivarli, la legge n.85/1981 fallì nel giro di pochissimi anni.
A questo punto si arriva alla sopracitata normativa del 1985 (D.P.R 14 maggio 1985, n. 246) che porta il titolo “Norme di attuazione dello Statuto della Regione Siciliana in materia di pubblica istruzione”: si stava finalmente aprendo uno spiraglio verso la prospettiva di una organica e complessiva politica scolastica della regione. Tale normativa, tuttavia, non concedeva un adeguato spazio all‟educazione linguistica in merito al dialetto, e per questo vennero presentati tre disegni di legge di iniziativa parlamentare sulla base dell‟art 4 delle Norme di attuazione, che consente la istituzione di “insegnamenti di interesse regionale integrativi delle materie previste dalla normativa statale nel rispetto delle norme sullo stato giuridico del personale docente”: il ddl n.139 del 6 dicembre 1986, dal titolo “Norme per consentire l‟integrazione dei programmi d‟insegnamento scolastico nella Regione siciliana” e il successivo ddl n.165 del 7 gennaio 1987 dal titolo “Norme per consentire ai circoli didattici l‟integrazione dei programmi di insegnamento scolastico” prevedevano come insegnamento integrativo il “dialetto siciliano” nelle scuole elementari e “dialettologia” nella scuola media di primo grado. Il terzo disegno di legge, n.499 del 22 aprile 1988 dal titolo “Attuazione del diritto allo studio a favore degli studenti delle scuole elementari e medie inferiori e superiori” prevedeva nelle scuole elementari “lo studio del dialetto siciliano”, mentre nelle scuole medie inferiori e superiori si aggiunge, oltre allo studio del dialetto, un “approfondimento dei fatti storici e culturali ad esso connessi”.
Questi tre disegni di legge successivamente vennero in parte inglobati nel ddl n.50 del 9 ottobre 1991 sugli “interventi per l‟attuazione del diritto allo studio in Sicilia”, in cui però l‟unico accenno al problema linguistico si ha nel pt f) dell‟art. 1, dove viene enunciata la finalità di
“promuovere e sostenere attività di legislazione anche con l‟istituzione di insegnamenti di interesse regionale e con lo studio di discipline volte a favorire una consapevole educazione ambientale, e di una seconda lingua estera, garantendo il rispetto e lo studio del dialetto siciliano, nonché lo sviluppo delle culture locali, con particolare tutela per le minoranze linguistiche”.
Questo accorpamento all‟interno di un solo articolo di elementi assai diversi quali l‟educazione ambientale, la lingua straniera, il dialetto e le minoranze linguistiche conferisce al tutto un‟impronta di approssimazione, considerando per di più che si usa con riferimento alle culture locali e alle minoranze linguistiche il termine “sviluppo”, in questo caso sicuramente improprio (Ruffino, 1992).
Inoltre la legge tratta in maniera sommaria e generica la parte relativa alla scuola dell‟obbligo e alle medie superiori. Ad esempio, i programmi scolastici relativi alla scuola primaria presentano, riguardo all‟educazione linguistica e al rapporto con il dialetto, solo la considerazione che “il fanciullo ha un‟esperienza linguistica iniziale di cui l‟insegnante dovrà attentamente rendersi conto e sulla quale dovrà impostare l‟azione didattica”; mentre i programmi della scuola media ribadiscono che “la particolare condizione linguistica della società italiana, con la presenza di dialetti diversi e di altri idiomi o con gli effetti di vasti fenomeni migratori, richiede che la scuola non prescinda da tali varietà di tradizioni e di realtà linguistica”.
Si nota bene dunque che dal 1951 al 1991 si è avuta una progressiva distrazione dalle tematiche linguistiche inerenti al dialetto rispetto alle esigenze vivissime nel decreto del ‟51.
Per quanto riguarda, inoltre, la proposta di «insegnamenti aggiuntivi», in particolare di quelli che presentano un carattere linguistico-dialettologico, non tutti sono concordi. Il rischio è difatti molteplice:

# Non sono infrequenti atteggiamenti di vuoto e deleterio folclorismo da parte di alcuni insegnanti chiamati a trattare i temi della cultura dialettale; 
# L‟istituzione di insegnamenti extracurriculari sembrerebbe ignorare l‟esigenza di considerare la diversità come arricchimento costante all‟interno della complessità dei processi educativi; 

# Potrebbe determinarsi da un lato una sorta di «perniciosa ipertrofia didattica» (Ruffino, 1992), dall‟altro un marginalizzazione delle materie stesse.

Concludendo la rassegna della legislazione scolastica in ambito linguistico, bisogna ricordare la legge regionale più recente, emanata meno di un anno fa, che riporta il titolo “Norme sulla promozione, valorizzazione ed insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole” (L.R. n.9 del 31 maggio 2011), la quale ha suscitato un vivo dibattito, cui hanno partecipato eminenti studiosi –Andrea Camilleri, Vincenzo Consolo, Enzo Sellerio, Giovanni Ruffino, Franco Lo Piparo ecc – che ricorda il già citato dibattito di trent‟anni fa in relazione alla legge del 1981.

I profondi cambiamenti della società (ad esempio il fenomeno leghista che ha trasformato i valori dialettali in mera propaganda politica) portano alla necessaria assunzione di precauzioni. Su ciò ci fa riflettere anche il recente intervento di Lo Piparo nato in seno al dibattito suddetto, secondo cui la “striminzita relazione che accompagna la proposta di legge” mostra a chiare lettere la totale ignoranza di ciò che si vuole tutelare e, purtroppo come previsto, il rischio della demagogia. Tutto ciò diviene sempre più concreto quando ci si rende conto che le attività del Governo Regionale vanno nel senso opposto: si è declassato il Centro di studi filologici e linguistici siciliani –l‟istituzione più antica, prestigiosa e attiva della regione– e quasi contemporaneamente si è rifiutata la proposta avanzata da linguisti, storici e antropologi di diverse Università siciliane, di redigere, con finalità scolastica, un testo di storia linguistica e culturale della Sicilia, basato sulla consapevolezza che non sia possibile studiare la storia linguistica della Sicilia a prescindere dalla storia linguistica e letteraria dell‟Italia, così come non esiste storia della lingua italiana senza la storia dei dialetti.
Se allora non ci si lascia guidare da veri esperti nel settore – o meglio nei settori – come sarà possibile intervenire organicamente, in maniera seria e profonda sull‟educazione linguistica?
E difatti non è possibile, come dimostra la scarsa messa in pratica dei programmi ministeriali in questo ambito. Pochi sono gli insegnanti che approfondiscono a scuola i fatti storici e socio-culturali connessi con il dialetto, sebbene nel 64,3% dei casi gli studenti si dichiarino favorevoli a studiarlo.
Per concludere, bisognerebbe capire che difficilmente si riuscirà a migliorare la didattica linguistica se molti insegnanti non cambieranno i loro personali giudizi sul dialetto perché se “gli insegnanti continueranno a esprimere giudizi sul dialetto «sciatto» e «sbagliato» contrapposto alla lingua «grammaticale», i bambini finiranno col convincersene, anche perché, quasi sempre, i giudizi espressi in famiglia sono dello stesso tipo” (Ruffino 2006, 44).

IV. La ricerca   
1           1.  I precedenti
Un’opera che ha sicuramente influenzato la mia ricerca e che, anzi, mi ha dato lo spunto per iniziarla, è «L’indialetto ha la faccia scura. Giudizi e pregiudizi linguistici dei bambini italiani» di Giovanni Ruffino (2006). L’opera è il risultato di una ricerca iniziata nel 1995 che aveva lo scopo di fare emergere l’ideologia linguistica in un ampio campione di preadolescenti. La ricerca consistette nella somministrazione della domanda “Qual è secondo te la differenza tra lingua italiana e dialetto?” (che è una delle domande che io ho posto al mio campione di studenti) ai bambini delle classi quarte e quinte delle scuole primarie di tutta Italia, per un totale di 9.000 elaborati, di cui 1.800 testi particolarmente interessanti dal punto di vista linguistico, ideologico e argomentativo vennero presi in considerazione per la pubblicazione.
La ricerca ha prodotto i risultati sperati. Ha difatti testimoniato che “il sentimento intuitivo che i parlanti hanno della propria lingua è già presente in loro [bambini di 8-10 anni], pur intriso di pregiudizi, pur edificato e irrobustito attorno a stereotipi tenaci, offerti loro dai «grandi»” e permette di dichiarare, con un pizzico di compiacimento, che si sta quasi compiendo il «traghettamento verso una lingua comune –magari una lingua più dimessa al cospetto della grande tradizione letteraria –, perseguita pure con errori, contrapposizioni e censure»: è una lingua che tende verso il nuovo, verso il cosmopolitismo, ma che non dimentica l’originaria patria sociale e linguistica, con cui ancora i bambini devono confrontarsi tutti i giorni.
2. Il contesto territoriale e sociale
Terrasini è un comune di circa 11.000 abitanti, in provincia di Palermo, da cui dista circa 30 km. Confina con il mar Tirreno e con i comuni di Cinisi, Trappeto, Partinico e Carini.
Dal punto di vista naturale è da porre in giusto rilievo, oltre alla presenza di suggestive coste (come quella di Calarossa, caratteristica per l’insolito colore rossastro), la riserva naturale orientata Capo Rama sotto la gestione del WWF, individuata come “biotopo di inestimabile valore” e inserito nell’elenco dei geositi(9) italiani.
L’economia di Terrasini ruota per gran parte intorno all’attività marittima e per il resto sull’agricoltura e sul turismo. Perciò l’approdo (u scaru) fino a qualche decennio fa rappresentava il vero centro nevralgico attorno al quale si svolgeva la vita lavorativa di gran parte dei paesani, i pescatori, che costituivano oltre la metà delle famiglie del paese. L’aspetto del porto è profondamente cambiato rispetto a quando era un naturale rifugio per le barche da pesca allora tutte di legno, ma ravvivate dagli accesi colori di cui erano dipinte. Oggi ovviamente vi si ritrovano le barche a vela e le moderne imbarcazioni da diporto, anche se rimane una zona riservata alla flotta peschereccia, ormai costituita solo da grossi pescherecci per la pesca d’altura.
Il nome del paese ha origini antiche. La sua prima attestazione scritta si ha su un atto notarile del 1292, sotto la forma di “contrata Terrasinorum, presso Partinico”(10) e il nome stesso (dal latino, “terra delle insenature”) rende le caratteristiche topografiche del tratto di costa, fitto di insenature di diversa grandezza, tra la Torre Molinazzo e quella di Capo Rama, in cui era situata la contrada.

Nel 1836 con un Decreto Reale il sobborgo di Favarotta, facente parte del Comune di Cinisi, venne aggregato al Comune di Terrasini, aggiungendosi come quartiere a quelli già esistenti (Castello, Piazza, Madrice, Marina). Favarotta nacque probabilmente nel XVII secolo in prossimità di una sorgente d’acqua, la fonte Favara (dall’arabo fawara), origine del toponimo. Da quel momento e, per molto tempo, il Comune prese il nome congiunto di Terrasini-Favarotta, ma le due realtà, seppur adesso politicamente e anche urbanisticamente fuse in una sola, sono rimaste a lungo culturalmente e socialmente separate, tanto da poter affermare che il centro abitato potrebbe essere diviso in tre parti secondo la prevalenza del mestiere: una zona a monte della via Mons. Evola abitata prevalentemente da contadini, una zona centrale abitata da gente occupata nel settore terziario e la zona della marina abitata da pescatori e commercianti del pesce (11).

È tra la prima e l’ultima zona che permangono tutt’oggi delle differenze socio-culturali, residui delle due antiche e differenti realtà.
Un’inchiesta di antropologia culturale condotta nel 1972 da Anna Maria Consiglio(12) ha messo in evidenza l’esistenza dei due suddetti nuclei culturali (pescatori e contadini).
Le differenze di carattere linguistico che contraddistinguono i due gruppi devono considerarsi all’interno di una situazione sociale che vede il divario fra mondo contadino e mondo marinaro manifestarsi già sul piano degli insediamenti abitativi: come già detto, infatti, i pescatori abitano prevalentemente nella zona prospiciente il mare e addirittura la gran parte di questi in un quartiere specifico, chiamato appunto “Villaggio pescatori”, mentre gli agricoltori si ritrovano nella zona a ridosso delle colline circostanti.
Da una serie di ricerche dialettologiche compiute dal prof. Giovanni Ruffino alla fine degli anni ’60(13), è emersa perfino la presenza di isoglosse che trovano quasi una perfetta corrispondenza nell’antico confine amministrativo. Ciò ovviamente non vuol dire che all’interno del paese ci siano due fazioni opposte e contrastanti, in quanto sicuramente vi è una pacifica convivenza, dovuta anche e soprattutto alla disponibilità degli appartenenti ai due gruppi a contrarre matrimoni tra di loro. Potremo parlare più correttamente di subculture, facendo riferimento anche a un certo carattere inconscio di questa divisione, il quale però riemerge in determinati contesti, tra cui in particolare quello linguistico e onomastico – ad esempio i cognomi più diffusi di pescatori (Ciaramitaro, Di Mercurio, Napoli, ecc.) non trovano alcuna corrispondenza tra le famiglie tradizionalmente legate all’agricoltura, e lo stesso avviene per i cognomi più diffusi nei quartieri prevalentemente agricoli (D’Anna, Serra, Vitale, ecc).
Le differenze più rilevanti tra le due parlate riguardano in particolare l’intonazione, il lessico, la sintassi, la morfologia e la fonetica. Percorriamo rapidamente questi casi(14).
L’intonazione è forse la caratteristica più evidente ad un primo approccio con i parlanti. La gente del contado presenta una cadenza contrassegnata da pause frequenti, da una nitida sillabazione e dalla frequente presenza di arcaismi (oggi sempre meno usati), mentre nei pescatori la cadenza tende ad assumere un ritmo più concitato.
Nel lessico, e in particolare in alcuni termini, si rende manifesta la spiccata tendenza innovativa che contrappone la parlata marinara rispetto a quella agricola, che mantiene dei termini da tempo scomparsi nella zona marinara.
Per quanto riguarda la sintassi, bisogna enunciare una caratteristica tipica inizialmente dei pescatori e poi diffusasi in tutto il paese: nel caso in cui la frase interrogativa non sia introdotta da un pronome o da un avverbio interrogativo si aggiunge una voce del verbo fare – come nel caso di “chiuóvi fa?” – che può anche estendersi alle risposte.
Morfologicamente, nelle parlate marinare –a differenza di quelle del contado– l’articolo determinativo ridotto (u, a, i), unito con le varie preposizioni, dà luogo a una forma contratta risultante dalla fusione con la vocale della preposizione: invece di ri lu. Prendendo in esame il sistema dei verbi, si nota inoltre che, mentre nella parte bassa del paese in luogo del condizionale si usa il congiuntivo imperfetto (avissi ‘avrei’, facissi ‘farei’), nella parte alta è ancora vitale il condizionale (aviŗŗia,  faŗŗia  ‘farei’), in particolare tra i più anziani.
Tra i fenomeni fonologici, infine, è da notare il mantenimento di R nella parte alta del paese (varca ‘barca’), che evolve in /j/ con il rafforzamento della consonante seguente nella zona marinara [vàikka]. (NdR: Non sempre è stato possibile “copiare” ed “incollare” (come risulta invece nell’originale) alcuni particolari segni fonetici usati dagli specialisti nella trascrizione di particolari parole in dialetto. È accaduto ad esempio con la parola “vàikka” nella quale andrebbe inserito il  segno  ̯   esattamente al di sotto della “i”.  Anche più avanti simili omissioni saranno possibili e per questo ce ne scusiamo con l’Autrice). 
Elementi di questo tipo possono essere riscontrati anche nella ricerca che ho effettuato e che esporrò più avanti, quando si ritrovano attestazioni come succi, surci e sùicci (per topo), in una stessa classe scolastica: ecco che le due realtà, apparentemente fuse, sono in realtà profondamente vive nella coscienza collettiva, per quanto inconscia, dei parlanti terrasinesi.
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9. Con il termine Geosito si indicano i beni geologico-geomorfologici di un territorio intesi quali elementi di pregio scientifico e ambientale del patrimonio paesaggistico. Fonte: Centro documentazione geositi [http://www.geomorfolab.it].
10. A. Catalfio – R. La Duca La toponomastica antica di Terrasini-Favarottaa cura di Francesco Armetta, Salvatore Sciascia editore, 2010.
11. D’ora in poi parlando di pescatorie contadini ci riferiremo ovviamente anche alle loro famiglie e all’intero quartiere.
12. A.M.Consiglio, Le due culture di Terrasini: a proposito di una ricerca sul campo, in “Uomo & Cultura”, V, n.9, 1972.
13. Giovanni Ruffino, Le isofone più caratteristiche delle parlate della Sicilia occidentale, 1970 (tesi di laurea).
14. Giovanni Ruffino, Parlata agricola e parlata marinara a Terrasini (Palermo), 1973.

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3. Il campione
La ricerca su cui è basata questa tesi ha visto come protagonisti alunni di alcune classi delle scuole di Terrasini. In particolare sono stati esaminati alunni di quarta e quinta della scuola primaria, di prima, seconda e terza della scuola secondaria di primo grado, di prima, seconda terza, quarta e quinta della scuola secondaria di secondo grado, per un totale di 168 alunni. Nella seguente tabella schematizzo il numero, l’età e il sesso degli studenti, in modo da creare una prima idea generale del campione degli intervistati.

La superiorità del sesso femminile (106 su 168) rispetto a quello maschile (57 su 168) è netta nel caso della scuola secondaria di secondo grado e ciò è dovuto in gran parte al tipo di scuola (Istituto di Cultura e Lingue) che tende a reclutarei suoi studenti tra la popolazione femminile, mentre tradizionalmente i ragazzi sono più numerosi in altre tipologie scolastiche, prevalentemente ad indirizzo tecnico-scientifico.
4. Il metodo e gli strumenti
La ricerca dei dati necessari all’analisi è avvenuta in due momenti. Inizialmente, senza preavviso, è stato consegnato agli studenti un foglio su cui avrebbero dovuto scrivere apertamente quale fosse secondo loro la differenza fra la lingua italiana e il dialetto. Successivamente, è stato somministrato loro un questionario anonimo, strutturato in modo diverso in rapporto a ciascuna delle tipologie scolastiche(15).
Le domande presenti nel questionario toccavano le seguenti sfere tematiche:
la sfera strettamente familiare (mestiere, grado di istruzione, provenienza dei genitori, 
  presenza di nonni a casa, fratelli o sorelle),
la sfera culturale e scolastica (quanto e cosa si legge, materie preferite, rapporti con i 
  compagni), 
la sfera delle attività extrascolastiche,
la sfera più propriamente linguistica, suddivisibile in più sezioni:
# domande sul comportamento linguistico (“Come parli con i nonni?”; “Ti è 
   capitato di parlare in siciliano con gli insegnanti?”)
# domande valutative(“Secondo te, gli abitanti di Cinisi, di Palermo o di    
   Partinico parlano in siciliano come quelli di Terrasini?”)
# domande ottative (“Ti piacerebbe studiare il siciliano a scuola?”, “Preferisci
   parlare in italiano o in siciliano?”)
# domande sulla competenza (traduzione di alcune parole in siciliano o in
   italiano; per le scuole superiori si presentava un testo nel quale si dovevano
   individuare le forme considerate scorrette).
            
             I questionari
Nessun alunno ha tralasciato di rispondere all’intero questionario, ma si hanno solo alcuni casi in cui gli alunni non rispondono a singole domande. Ciò ci permette di trarre una prima analisi statistica delle domande che hanno riscontrato minor favore da parte degli alunni. Esse sono state:
  
“Qualcuno dei nonni vive in casa con te?”, la cui mancata risposta (4,2%) può essere  interpretata come un no sottinteso (forse per una sottovalutazione della rilevanza della domanda) 
“Come parlano i tuoi genitori con i tuoi nonni? Come parlano tra di loro?” (3% e solo studenti della scuola secondaria di secondo grado), potrebbe rispecchiare un rapporto genitoriale particolare –quasi la metà specifica infatti che i genitori sono separati.
Come si vede, dunque, la percentuale dei non rispondenti è relativamente bassa, considerando che in media la maggior parte degli alunni non risponde solo a una o due domande e in ogni caso le domande prettamente linguistiche hanno avuto una percentuale altissima di risposte, fattore che dimostra una coscienza viva del proprio status linguistico e un rapporto non passivo con il dialetto.
Propongo a questo punto una più specifica analisi statistica, domanda per domanda (tralasciando quelle meno rilevanti al fine del discorso), dei tre questionari, cercando di compiere una comparazione di questi dati attraverso alcune tabelle.
Domanda n° 3: “Che scuola hanno frequentato i tuoi genitori?”
4° e 5° della scuola primaria

Notiamo subito che, mentre per le classi della scuola primaria e della secondaria di secondo grado la condizione culturale dei genitori è medio-elevata (in particolare nella scuola primaria), nelle classi della scuola secondaria di primo grado si ha un capitale culturale più ridotto, con una maggioranza di genitori che hanno raggiunto esclusivamente la scuola media (si giunge a 19 genitori in prima, mentre nelle altre scuole si oscilla fra 8 e 13).
Domanda n° 4a (scuola primaria e secondaria di primo grado (16)):
“Qualcuno dei tuoi fratelli/sorelle frequenta scuole superiori fuori Terrasini?”
La domanda ha riscontrato una risposta che deve essere considerata negativamente, poiché nei primi tre gradi considerati si ha una risposta positiva inferiore quasi al 50% rispetto a quelle negative, se pur si debba tenere presente che una risposta negativa in molti casi è veicolata dall’assenza di fratelli/sorelle o da una età di questi che non consenta di frequentare scuole secondarie di secondo grado.
Domanda n°5 per il gruppo A e n°4 per il gruppo B:
“I tuoi genitori ti hanno regalato qualche volta dei libri?”
Fortunatamente questa domanda, di grande importanza per esaminare il contesto culturale familiare degli alunni, ha ottenuto in tutti i casi (tranne per la terza classe della scuola secondaria di primo grado) una grande preponderanza di   –si nota addirittura anche un risultato positivo tre e quattro volte (con un picco di quasi cinque volte per il primo anno di liceo) superiore a quello negativo: i genitori hanno preso la sana abitudine di comprare dei libri ai figli, integrando così la cultura scolastica di questi con letture alternative. È un fenomeno di grande importanza perché da una parte contribuisce a creare quel piacere della lettura – e dunque, lentamente, della cultura – nei ragazzi, ad una età in cui essi stanno iniziando a costruirsi il proprio bagaglio di valori, certezze e abitudini che poi, diventati adulti, difficilmente lasceranno; dall’altro lato perché, così facendo, i genitori integrano le leggi scolastiche nei confronti dello studio, mostrando ai figli che imparare può essere un’esperienza piacevole, al di là dai vincoli del voto scolastico e soprattutto al di là del puro interesse per il mero “pezzo di carta” che ormai, purtroppo, il diploma sta finendo sempre più spesso per rappresentare.
A questa domanda si collega la n°5 del gruppo B: 
“Compri mai dei romanzi o simili?” 
Per la quale troviamo le seguenti risposte:
Questa volta non si può dire di avere un risultato altrettanto positivo, anche se i casi in cui prevalgono le risposte negative si distaccano comunque di poco da quelle positive.
Domande n° 8 e 11 (solo gruppo A):
“Ti piace andare a scuola?”, “I tuoi genitori ti aiutano a fare i compiti?”
Per la prima domanda credo sia inutile il commento, data la presenza in massa di risposte positive: ai nostri ragazzi piace andare a scuola, accreditando così la considerazione per cui andare a scuola non significa solo essere interrogati o ascoltare la lezione. Per quanto riguarda la seconda domanda, invece, fino alla prima della scuola secondaria di primo grado si ha una forte presenza dei genitori durante il compimento dei compiti scolastici, la quale però diminuisce drasticamente – e fortunatamente, suggerirei – dalla seconda in poi. I genitori in realtà non dovrebbero partecipare allo svolgimento dei compiti che dovrebbe riguardare solo l’alunno e ciò che egli ha appreso in classe; tuttavia, proprio perché presente in particolare nelle prime classi, ciò può essere considerato un modo per approcciare gli studenti ad un metodo di studio rapido ed efficace.
Domanda n° 12 per il gruppo A e n°8 per il gruppo B:
 “Cosa fai quando non sei a casa e non studi?”
Confermando le mie aspettative, la maggior parte degli alunni ha come passatempo preferito l’uscire con gli amici (65% dei casi), preferendovi la lettura di racconti o romanzi, la quale comunque ottiene il secondo posto superando il 25%, seguito –immancabilmente e straordinariamente solo al terzo posto – dalla televisione (per il gruppo B) e dai giochi dentro casa (per il gruppo A).

Anche questa volta i genitori hanno mostrato un atteggiamento positivo, nell‟incitare i figli a non trascorrere molto tempo davanti la televisione, e presumibilmente incitandoli ad altri hobbies. È interessante confrontare questi risultati con la domanda n° 27 per il gruppo A e n° 23 per il gruppo B: “I tuoi genitori ti rimproverano o ti hanno mai rimproverato se parli in siciliano?”

Si mostra così il rapporto tra genitori e figli all‟interno dell‟educazione linguistica e sociale. Sono pochi i casi in cui i genitori rimproverano con assiduità i figli a causa dell‟uso del vernacolo, anche se nella maggior parte dei casi essi li rimproverano in maniera sporadica, presumibilmente in relazione alle circostanze (scherzose, serie) e alle persone che partecipano alla discussione (più o meno colte, più o meno in alto nella scala sociale).

Domanda n° 10 (solo per il gruppo B): 
“Quali sono le immagini che ti vengono in mente se dico «dialetto siciliano»?”

Tra le immagini che immediatamente vengono in mente ai ragazzi intervistati tre in particolare emergono sulle altre, e tutte riguardano le tradizioni siciliane: il carretto, i cibi tipici –tra questi domina il cannolo – e la coppola. Ciò sicuramente ci fa pensare che il dialetto siciliano è considerato come il detentore fondamentale della cultura e dei valori del proprio paese. Parallelamente a questo, il quarto posto è segnato dai nonni, che mantengono quel dialetto così carico d‟affetto e di ricordi, che difficilmente può essere dimenticato, se pur in qualche caso ai nonni e al dialetto venga associata un‟idea di vecchio e di antico, intesi negativamente. Inoltre si riscontra felicemente che le accezioni esplicite legate alla malavita, presenti nella ricerca precedente effettuata dal prof. G. Ruffino, sono del tutto assenti, confermando l‟ipotesi precedente, per cui il siciliano viene considerato in larga parte la lingua della spontaneità e dei ricordi.
 
Domanda n°15 per il gruppo A e n°11 per il gruppo B:
“Qualcuno dei nonni vive in casa con te?”
Il nucleo familiare che nasce da questi risultati esclude la presenza dei nonni, tranne che in qualche raro caso (in terza e in quarta della scuola secondaria di secondo grado si hanno le eccezioni più rilevanti).
Domande n° 16-20 per il gruppo A e n° 12-16 per il gruppo B (tabella successiva). 
Iniziano le domande prettamente linguistiche, che, per praticità, si riportano direttamente in tabella:
          Un dato che emerge imponente dall‟osservazione della prima domanda è la scarsità di risposte in favore del siciliano per la scuola secondaria di secondo grado, tranne in un solo caso, in quarta, quando si afferma che 6 genitori su 18 – è il dato più rilevante – parlano in siciliano con i nonni rispetto ai gradi scolastici precedenti in cui si ha una certa quantità di risposte positive a questa opzione, in particolare per la classe seconda della scuola superiore di primo grado. In ogni caso le circostanze in cui si parla maggiormente in siciliano risultano essere (in ordine decrescente): quando i genitori parlano con i nonni, quando i nipoti parlano con i nonni, quando i genitori parlano con i figli e infine nei dialoghi tra fratelli. L‟ambito dunque è strettamente familiare e coinvolge in misura più rilevante la vecchia generazione rispetto alla nuova.
          Per quanto riguarda invece l‟opzione „sia in siciliano sia in italiano‟, si riscontra una totale superiorità, in tutte le classi, rispetto all‟opzione „in italiano‟ per quanto riguarda il dialogo fra genitori e nonni e una parziale superiorità per quanto riguarda il dialogo dei genitori fra di loro (fanno eccezioni tre classi: la quarta della scuola primaria, la prima e la seconda della scuola secondaria di primo grado). Vediamo, dunque, che, se pur in molti casi in famiglia si parli il siciliano, questo viene considerato non confacente ai rapporti sociali extrafamiliari, confermando dunque l‟idea stigmatizzante del dialetto rispetto all‟italiano che appare in alcuni dei testi posti in Appendice. D‟altra parte la predilezione per l‟italiano emerge chiaramente dai risultati posti in questa tabella: se si confrontano il numero di attestazioni della lingua nazionale con quello del siciliano si nota che quest‟ultimo presenta una quantità maggiore di risposte in suo favore solo in due casi, ad eccezione ovviamente del dialogo fra genitori e nonni che abbiamo detto essere la circostanza in cui il dialetto viene maggiormente parlato. 
Domanda n° 21 per il gruppo A e n°17 per il gruppo B: 
“Ti è capitato di parlare in siciliano con gli insegnanti?”
          La gran parte degli alunni dichiara di non aver parlato in siciliano con l‟insegnante e nei casi in cui si dà risposta contraria si specifica risolutamente che è accaduto per sbaglio o per scherzo e in ogni caso sporadicamente. Con ciò implicitamente affermano che parlare in siciliano con l‟insegnante –considerata dunque la detentrice delle norme culturali che vigono in una società per cui solo l‟italiano può essere considerato una lingua– sia assolutamente sbagliato e, se pur qualche volta è accaduto, è certo che non potrà diventare una prassi.
Domanda n°22 per il gruppo A e n°18 per il gruppo B: 
“Ti capita di mescolare siciliano e italiano?”
          Alla domanda che riguarda l‟interferenza fra italiano e siciliano i ragazzi hanno dichiarato che spesso parlando usano entrambi i codici. Osservazione, questa, che riprende la teoria di Giuseppe Francescato per cui il dialetto non muore ma si trasfigura, “cosa che, a lunga scadenza, può rivelarsi semplicemente come un‟altra maniera di morire” (Francescato, 1986, 205). Un dialetto difatti non è vitale solo in quanto continua ad essere usato, ma può ancora essere considerato tale solo se riesce a resistere all‟«imbastardimento».
Domanda n° 23 per il gruppo A e n°19 per il gruppo B:
“Da piccolo hai iniziato a parlare in siciliano o in italiano?
          Tutti gli alunni, ad eccezione di qualche raro caso, dichiarano di aver iniziato a parlare in italiano (o nella lingua nazionale del loro paese di provenienza), anche se in alcuni casi si afferma di aver iniziato a parlare sia in siciliano sia in italiano. Ciò conferma la mia idea che ai bambini non si parla in siciliano, ulteriore elemento che caratterizza i rapporti futuri che i bambini avranno con il dialetto, instaurando tutta una serie di stigmatizzazioni che vedremo nel dettaglio nel prossimo capitolo.
Domande n° 24-25 per il gruppo A e n° 20-21 per il gruppo B: 
“Come pensi di sapere parlare in siciliano?”, “Come pensi di saper parlare in italiano?”
          La maggior parte degli alunni ritiene di saper parlare discretamente il siciliano e bene l‟italiano: difatti notiamo che riguardo all‟opzione „bene‟ si riscontra una quasi totalità di risposte per quanto riguarda l‟italiano – dato che dimostra la totale acquisizione della lingua italiana anche in bambini di 8 anni –, nonostante qualche caso di incertezza, la quale però è molto più rilevante a proposito del siciliano. In entrambi i casi, inoltre, l‟opzione „male‟ ottiene scarsissime indicazioni, se pur in quarta si tocchi la soglia di 5.
          
Domande n° 26, 28, 29 per il gruppo A e n° 22,24,25 per il gruppo B: 
“Preferisci parlare in italiano o in siciliano?” (1), 
“Se incontri una persona per la prima volta gli parli in italiano o in siciliano?” (2), 
“Se qualcuno ti chiede qualcosa in siciliano tu gli rispondi in siciliano o in italiano?” (3)

          La prima domanda di questa serie è una delle più significative, essendo la nozione di piacere vastissima e comprendente le considerazioni personali del dialetto non solo a livello prettamente linguistico, ma anche –e forse soprattutto– sociale. I ragazzi intervistati dichiarano in massa di preferire l‟italiano, nonostante nella scuola secondaria di primo grado si riscontrino dei casi non sottovalutabili: addirittura in seconda i due risultati sfiorano il pareggio. Per questo motivo ho deciso di riportare le motivazioni che questi studenti adducono alla loro preferenza per il siciliano:
È una lingua con cui riesco a capirmi con tutti
Perché è la mia lingua
Perché mi esprimo meglio e mi viene meglio a parlare
Perché è più semplice (due studenti)
Mi sento più realizzata
Sono sicura di non sbagliare
A casa parlano tutti così
Mi viene megghiu
Mi piace questo dialetto
Quando mi arrabbio con i miei fratelli parlo in siciliano
Perché è la lingua del mio paese, e dopotutto parlano quasi tutti in siciliano

           Il risultato della seconda domanda è chiaro: i ragazzi intervistati, quando incontrano una persona per la prima volta, gli parlano in italiano. Chiare sono pure le motivazioni: ancora l’italiano viene considerato la lingua del prestigio, dell’eleganza e della raffinatezza, per cui, se si vuole fare una buona prima impressione è opportuno non parlare il vernacolo. Ma ancora dobbiamo aggiungere il “divieto” da parte dei genitori, come afferma una bambina di Terrasini che dice “Mamma mi dice a casa si, ma a scuola no, però qualche parolina scappa sempre”, come se fosse una colpa e, appunto, un evadere le regole che la famiglia (quasi sempre la mamma, tra l‟altro) stila per vincolare i rapporti sociali dei figli.
       Tutto ciò però non vale se l‟interlocutore parla in dialetto, sia perché in questo modo non ci si pone più il problema di „sembrare educati‟, di „parlare male‟ o di non farsi capire, ma anzi, spesso, si pensa che l‟interlocutore (soprattutto se anziano) non sappia parlare in nessun‟altra lingua e parlando in italiano si potrebbe ostacolare la comunicazione o mostrarsi superiori e in ogni caso distaccati.
 

Domanda n°30-31 per il gruppo A, n°26-27 per il gruppo B: 
“Hai mai notato delle differenze tra il siciliano che parlano gli abitanti di Terrasini che abitano alla marina e il siciliano che parlano i terrasinesi che vivono nelle altre zone del paese?” (1)  e 
“Secondo te, gli abitanti di Cinisi, di Palermo o di Partinico parlano in siciliano come quelli di Terrasini?” (2)

          Ricollegandomi a questo punto alla suddetta ricerca del prof. Ruffino17, si osserva, con straordinaria attinenza, che la grande maggioranza delle classi intervistate (7 su 10) nota una differenza fra le due parlate terrasinesi ulteriore prova della radicalizzazione nella cultura (anche subconscia) degli abitanti di Terrasini di queste due subculture.
       Sorprendentemente, invece, contro le mie aspettative, mettendo a confronto la parlata terrasinese con quella dei paesi limitrofi, essi non trovano una altrettanto netta differenza (tranne in due sole classi), e il dato risulta interessante in particolare per la scuola secondaria di secondo grado, in cui all‟interno di una stessa classe si ritrovano alunni provenienti da comuni diversi. Evidentemente è ancora insufficiente la piena percezione della variazione diatopica.
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17 G. Ruffino, 1973 
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Domanda n°34 (solo per il gruppo A): 

“Ti piacerebbe studiare il siciliano a scuola?”

          Come in precedenza accennato, la stragrande maggioranza degli alunni vorrebbe studiare il siciliano a scuola, considerandolo dunque una vera e propria lingua, pari a quelle già istituzionalizzate dal sistema scolastico.
        Per il gruppo B, tale domanda è stata formulata all‟interno di uno schema di affermazioni: si richiedeva agli studenti se fossero d‟accordo o meno con tali affermazioni. La domanda n° 28 era difatti 
“Condividi queste opinioni?”, 
ed ecco i risultati:
          Il dialetto, da ciò che emerge da questa tabella, è rozzo e vecchio, ma ciononostante non deve essere assolutamente proibito (circa l‟84% risponde in tal modo) e anzi deve essere studiato a scuola, sebbene, riguardo quest‟ultimo punto, i ragazzi più grandi si differenzino dai due gradi scolastici precedenti che avevano quasi entusiasticamente affermato di voler studiare il siciliano: gli alunni della scuola secondaria di secondo grado sono fortemente divisi, quasi a metà (il 54% è a favore dello studio del siciliano). Le ragioni di tale risposta sono questa volta difficili da definire, ma sicuramente non sbaglieremmo se in parte le riconducessimo alle definizioni di “rozzo” e “vecchio” che essi stessi hanno attribuito al siciliano.
Domanda n°32 per il gruppo A, n°29 per il gruppo B:
“Come si dice in siciliano…”

In estrema sintesi, i dati e le indicazioni fornite dalla domanda n°32 delineano un quadro di ampia competenza delle corrispondenze lessicali. In tale quadro sono rilevabili non poche anomalie trascrittorie, dovute soprattutto alla difficoltà di scrivere in dialetto (suci per surci, vancoca per varcoca, picrusinu per pitrusinu, ecc.). tali anomalie, tuttavia, non alterano la percezione di una buona conoscenza complessiva del lessico dialettale, che non viene neanche compromessa dai casi sporadici di italianizzazione (sicchiu per catu, topu per surci, fuogghia per pampina, albicocu per varcocu, guardari per taliari, prezzemulino per pitrusinu, ecc.). Risulta poi sorprendente il gran numero di forme e di varianti in corrispondenza di “vergognarsi”, che vanno dal pretto corrispondente dialettale (affruntàrisi), a tipi italianeggianti (vriugnàrisi) entrati però nell’uso dialettale, a locuzioni del tipo pariri malu, sino alla rappresentazione dell’effetto della vergogna, che risulta nella risposta ammucciari (ovvero “nascondersi per la vergogna”). È ancora da osservare sul versante della competenza la totalità delle risposte pertinenti in corrispondenza di nozioni quali “ciliegia”, “uva” e “sedano”, mentre sul versante della incompetenza va segnalata lassenza di risposte per “agave”.

Domanda n° 33 per il gruppo A, n° 30 per il gruppo B:
“Come si dice in italiano…”

Per quanto riguarda la retroversione “dialetto-italiano” in linea di massima si riscontrano quattro tipologie di risposte:
a) Risposte esatte
b) Risposte errate
c) Approssimazioni
d) Fraintendimenti
Il tipo dialettale che presenta il maggior numero di risposte più o meno pertinenti è lagnusu, cui corrispondono saltuariamente voci italiane che potrebbero rientrare, pur con qualche difficoltà, nel suo campo semantico (come nel caso di “vagabondo”), oppure risposte che sono effetto di fraintendimento (come nel caso di “lamentoso” e “noioso”, essendo stato inteso “lagnusu” come “colui che si lagna”). Va altresì notato, sempre a proposito di lagnusu, lampia gamma di sinonimi, che denotano una certa capacità di variare il lessico.
Gli altri casi si presentano più lineari, pur con una certa tendenza alla confusione tra referenti, che si manifesta per esempio nei due casi di filina e burnia: nel primo caso, per il quale sono nettamente superiori le risposte pertinenti (ragnatela), si registrano in una quindicina di casi risposte dalle quali traspare la scarsa capacità di distinguere, per esempio tra la ragnatela e ciò che la ragnatela produce (muffe, polvere); nel secondo caso, alle diciassette risposte esatte (burnia = barattolo) si alternano risposte approssimative (per esempio latta, giara, ciotola) che confermano come lo scolaro sia riuscito a collocare il referente nellampio campo semantico dei contenitori per alimenti, senza però riuscire a fornire il sinonimo più preciso.
Domanda n° 31 per il gruppo B e n°35 per la scuola secondaria di secondo grado: “Ognuna delle seguenti frasi contiene UNO O PIÙ errori. Sottolineali:
# Oggi mi ho messo labbito nuovo
# Ho fatto amicizzia con una ragazza che mi levo tre anni
# Se mi riposerei mi sentirei meglio
# Mi dai mettà del tuo panino?”

       La tabella mostra nuovamente l’interferenza fra italiano e siciliano, questa volta, però, puntando lo sguardo verso l’influenza che il siciliano ha compiuto sulla lingua nazionale, modificandola. Si può dunque ridimensionare l’osservazione fatta in precedenza riguardo l’«imbastardimento» del siciliano e affermare che ancora il siciliano presenta un robusto impianto difensivo che è riuscito ad entrare all’interno nel sistema linguistico italiano, «imbastardendolo» a sua volta. Il rapporto italiano/dialetto non è dunque unidirezionale, ma comporta una interferenza continua e reciproca fra le due lingue. Per una maggiore chiarezza classifico in ordine crescente le forme considerate maggiormente scorrette: mettà (113/168), mi ho messo (111/168), riposerei (104/168), che mi levo (96/168), amicizzia (94/168), abbito (75/168). Sebbene in tutti i casi vediamo un netto prevalere di risposte esatte, dobbiamo senza dubbio notare una diminuzione di risposte per la forma abbito, che è quella considerata maggiormente corretta.
Continuando il discorso precedente sulla sovrapposizione fra italiano e dialetto, analizziamo l’ultima domanda, che è stata posta solo alla scuola secondaria. In particolare la domanda n° 32 per il gruppo B e n°36 per la scuola secondaria di primo grado è composta da un testo da leggere, nel quale sottolineare le forme considerate scorrette. Il testo è il seguente:

Sebbene gli avessero fatto un’incomprensibile premura, Nicodemo non si era stranizzato affatto. Montò sulla stessa macchina che fino al giorno prima era rimasta dal lattoniere, mise avanti il motore, accellerò e si avviò rombando: doveva assolutamente spicciarsi, non c’era proprio da babbiare. Mentre guidava, diede uno sguardo alla lista delle cose da fare: passare dal fallegname, ricordare al corniciaio il cambio di quel colore che tanto lo aveva messo a disaggio ; acquistare dal pescivendolo scorfani, luvari, triglie, merluzzi, vope e polipi; rifornirsi dal macellaio di trinche, lacerto, filetto e capoliato. Nonostante Agata gli avesse gridato dal balcone: “ Vai piano! Senza correre!”, e con tutto che il traffico era intenso, Nicodemo raggiunse in pochi minuti la periferia, entrò la macchina nel garage dove solitamente parcheggiava e incominciò il giro consueto. Il caldo era insopportabile e sudò copiosamente; ma in mettà del tempo previsto, pescivendolo e macellaio erano stati già bell’e visitati; il tappezziere consegnò la tenda puntualmente; il fallegname si giustificò dicendo che era stato partito per un imprevisto e non aveva potuto ultimare il lavoro. Nicodemo, che si sentiva addosso come una febbre d’arsura, rientrò precipitosamente a casa dove, quanto meno, avrebbe potuto soffiarsi col rudimentale ventaglio della vecchia zia.              

I risultati che emergono dalla somministrazione del test risultano estremamente complessi e meriterebbero una analisi minuta sulla base, quantomeno, della variabile età. Come si vede, la tabella riporta analiticamente le indicazioni di forme considerate non corrette, dal numero massimo di occorrenze a quello più basso. Tuttavia, è soprattutto la valutazione della diversa incidenza per classe scolastica che può arricchire la nostra analisi.
Una preliminare valutazione fa emergere i seguenti dati:
a) Per quanto riguarda la competenza ortografica, si osserva che sono proprio le forme ortograficamente scorrette ad essere più facilmente individuate (disaggio, mettà, ecc.).
b) Alcune forme, come “capoliato”, alquanto recentemente sostituite da “tritato”, vengono ampiamente intese come dialettali.
c) Sono abbastanza numerosi i casi in cui forme del tutto corrette vengono intese come dialettali (febbre darsura, belle visitati, incominciò, copiosamente).
d) Per quanto riguarda la serie di casi di errata pronuncia, in alcuni la segnalazione è ampia (fallegname), in altri piuttosto sporadica (polipi e accellerò).
e) Nel caso morfosintattico di era stato partito, il campione riesce abbastanza bene ad orientarsi, pur raggiungendo appena i sessanta; invece nel costrutto senza correre soltanto tre risposte marcano linesattezza.
f) Infine sono abbastanza sorprendenti, e non facilmente spiegabili, le marche di dialettalità e non correttezza che si attribuiscono a forme come “rudimentale”, “incomprensibile”, “merluzzi”, “parcheggiare”, “rombando”, “rifornirsi”, “macellaio” e persino il nome proprio “Nicodemo”.




I testi
I testi scritti dagli alunni in seguito alla domanda “Qual è, secondo te, la differenza fra lingua italiana e dialetto”, sono stati prodotti senza alcun preavviso o consiglio né da parte mia, né da parte degli insegnanti, i quali hanno lasciato agli alunni la massima libertà d’espressione. Statisticamente si è riscontrato che il 4,2% non risponde o dichiara di non sapere rispondere, ed è interessante notare che tale percentuale riguarda la scuola secondaria di secondo grado, mentre tutti i bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado hanno risposto – chi più, chi meno– in modo argomentato.
1. Analisi motivazionale
L’analisi che adesso propongo è unosservazione dettagliata concernente le motivazioni che gli alunni intervistati hanno esplicitato circa la loro preferenza o il loro rifiuto del dialetto siciliano o della lingua italiana. I criteri di classificazione delle motivazioni che ho adoperato si basano sul lavoro svolto dal prof. G. Ruffino nel volume “L’indialetto ha la faccia scura”.
Si possono distinguere innanzitutto due maxitipologie di motivazioni: una prettamente linguistica o linguistico-comunicativa, e una extralinguistica, la quale è ulteriormente suddivisibile in motivazioni variazionali, valutative, psico-sociali.
Prendiamo nel dettaglio le motivazioni extralinguistiche.
Motivazioni variazionali
Sono le motivazioni che riguardano l’aspetto diacronico, diatopico, diafasico, diastratico, diamesico. La variabile diacronica (dal greco*, (….)=attraverso, e* (….) =tempo) è la variabile legata al tempo: l’italiano di oggi non è uguale all’italiano parlato cinquant’anni fa; la variabile diatopica (dal greco* (….), (….)=spazio) è legata allo spazio: l’italiano parlato a Firenze è diverso da quello parlato a Palermo; la variabile diafasica (dal greco* (….), e* (….)=parola, linguaggio) è legata al livello stilistico: una lingua cambia in base alle circostanze in cui viene usata; la variabile diastratica è legata alla condizione sociale e al livello culturale di chi adopera la lingua; la variabile diamesica (dal greco* (…), e* (…)=mezzo), che dipende dalla modalità di trasmissione della lingua (scritta e parlata).
Le motivazioni variazionali che risultano più rilevanti sono sicuramente quelle diatopiche (147 accezioni) che si ritrovano in testi di questo tipo:
litaliano è la lingua ufficiale della Nazione italiana, invece, il siciliano è il dialetto regionale (della Sicilia) [5°, gruppo B]
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*Gli asterischi indicano che si tratta di parole greche i cui caratteri non sono riproducibili normalmente.

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Questo mostra come gran parte degli studenti consideri l’opposizione Italiano/Siciliano in termini prevalentemente neutrali, ovvero come semplice distinzione fra lingua nazionale e dialetto regionale. I successivi esempi, invece, si soffermano sulla comunicazione, osservando che è possibile parlare in siciliano solo con chi lo può capire, e dunque con una quantità di persone di gran lunga inferiore rispetto a quella prospettata dalla lingua nazionale.
Il siciliano a differenza dell’italiano è un dialetto esclusivamente della Sicilia. Il siciliano è una lingua alternativa. [3°, gruppo B]
(…) penso che ognuno di noi dovesse conoscere il siciliano (…), però non bisogna nemmeno parlare solo ed unicamente in siciliano, perché col passare del tempo potremmo avere dei problemi con la comunicazione interculturale [2°, gruppo B]
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che litaliano è una lingua (…) compresa in qualunque regione italiana. (…) Invece il siciliano, a differenza dellitaliano, è una lingua conosciuta soltanto nella regione Sicilia; esso è “difficile” da comprendere per coloro che non sono siciliani. Infatti coloro che conoscono soltanto questa lingua si possono ritenere “ignoranti” in quanto non sono capaci di comunicare con gli altri. [2°, gruppo A]
Tale differenziazione può assumere aspetti microscopici:
penso che l’italiano sia una lingua più comune a tutti gli italiani poiché il dialetto si differenzia non solo rispetto alle regioni ma anche rispetto alla provincia e località dove si risiede. [4°, gruppo B]
oppure, al contrario, aspetti macroscopici:
L’Italiano si può parlare in tutto il mondo il siciliano è un dialetto del luogo. [5°, gruppo A]
Il siciliano è il dialetto, l’italiano è la lingua ufficiale che tutti dovrebbero saper parlare correttamente perché è quello che ci permette di poter comunicare con tutti gli altri abitanti dell’italia, al di fuori della sicilia. [4°, gruppo B]
Tali aspetti macroscopici nella maggior parte dei casi si soffermano sulla opposizione Nord/Sud Italia,riportando lattenzione sullaspetto comunicativo di cui parlavo prima, come in questi brani:
l’italiano è una lingua a livello nazionale che può far comunicare tutte le persone per esempio: persone del nord e del sud. Il Siciliano è una lingua regionale. [5°, gruppo B]
(…) il siciliano è un dialetto, ad esempio non puoi metterti a parlare in siciliano con un milanese, perche non capirebbe. [4°, gruppo B]
oppure su elementi stigmatizzanti tra le lingue “eleganti” del Nord Italia e quelle ‘rozze’ del Sud, come con estrema perspicacia nota questa bambina di 11 anni:
secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che con l’italiano noi ci possiamo esprimere facendoci capire correttamente in tutta Italia. Mentre con il siciliano molte persone del nord credono che noi siamo rozzi e ignoranti, ma non solo a noi, in Italia ci sono diversi dialetti molte volte noi del sud critichiamo quelli del nord e viceversa. [2°, gruppo A]
Seguendo un ordine crescente, possiamo affermare che gli alunni intervistati adducono anche motivazioni diastratiche (29 casi), diafasiche (21 casi) seguite da quelle diacroniche (10 casi) e diamesiche (4 casi)
Le motivazioni diatratiche sono particolarmente presenti negli alunni intervistati, come dimostrano esempi di questo tipo:
L’italiano è una lingua non volgare parlata da persone colte, mentre il siciliano è una lingua rozza e volgare parlata da persone non colte. [3°, gruppo B]
E portano una bambina di 12 anni a consigliare (nonostante una lunga premessa sull’importanza del siciliano) che
È bene saper parlare anche un italiano corretto, perché se in futuro possiamo incontrare persone molto note e non sappiamo parlarlo ci facciamo una brutta figura. [2°, gruppo A]
Oppure questo bambino di 11 anni a constatare una differenza di tipo generazionale, che non poteva mancare, quella fra vecchi e giovani, in cui questi ultimi vengono associati alle persone di città (unico riferimento in questi testi raccolti all’opposizione città/campagna che era emersa abbondantemente nella ricerca del prof. Ruffino):
Il siciliano e la lingua più usata dai nostri bisnonni ecc… e l’italiano invece e più usato dalle persone di città o dai giovani. [2°, gruppo A]
Interessante è poi la considerazione di un ragazzo di 15 anni che afferma, con toni altamente spregiativi che
L’italiano serve per conversare con le persone e il siciliano non serve a niente serve solo a essere villani. [2°, gruppo B]
affermazione che forse rappresenta l’esempio più negativo nei confronti del dialetto tra quelli riscontrati.
Il siciliano difatti viene totalmente dequalificato in favore della lingua nazionale che viene usata per parlare con persone che possono essere intese tali per intero, differenziando così le restanti che, per lo stesso fatto di parlare dialetto, vengono ritenute non solo inferiori, ma completamente da 
escludere dal proprio mondo di relazioni sociali (“non serve a niente”) perché villani, e di conseguenza rozzi e ignoranti.
Per quanto concerne le motivazioni diafasiche, possono essere divise in due categorie di esempi.
Una prima categoria riguarda l’opposizione famiglia/extrafamiglia –il concetto di famiglia ovviamente si estende anche al gruppo dei ‘conoscenti’, ovvero delle persone con cui si è instaurato un certo rapporto confidenziale, di amicizia e che rientrano nel clima di una comunicazione distesa quale si può avere allinterno della famiglia propriamente detta.
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è quella che l’italiano è una lingua che si deve parlare, ad esempio, a scuola al lavoro o per compilare documenti, mentre il siciliano è un dialetto da parlare in famiglia o con i conoscenti. [1°, gruppo B]
(…) penso che se si sceglie di parlarlo [il siciliano] lo si debba far solo in ambito strettamente familiare. [2°, gruppo B]
(…) litaliano è una lingua che viene usata a scuola, quando stiamo parlando con persone piuttosto importanti ed anche quando parliamo con persone che non conosciamo bene. Per me il siciliano è una lingua un po’  volgare, devo dire la verità, io con persone che conosco bene parlo sempre siciliano. [2°, gruppo A]
La seconda categoria, invece, è rappresentata dagli esempi che riguardano l’aspetto comico e farsesco del siciliano, come nel seguente caso:
Secondo me la differenza è che in italiano si parla bene, invece parlare in siciliano ci si diverte e si ride. [4°, gruppo A]
oppure esempi di questo tipo:
La lingua siciliana (…) viene usata di solito per spiegare concetti in modo accelerato e sono più comprensibili per chi vive nel paese d’origine.
[4°, gruppo B]
che puntano l’attenzione sulla maggiore espressività e immediatezza del siciliano rispetto alla lingua nazionale. Per questo motivo possiamo far rientrare in questa categoria anche una considerazione alquanto particolare, che si ritrova in più bambini:
Il siciliano (…) e una lingua sporca. Invece l’italiano e una lingua pulita perché quando a volte ci litighiamo non diciamo brutte parole, l’italiano ci fa riflettere, invece il siciliano non ci fa riflettere diciamo brutte parole. [2°, gruppo A]
(…) [il Siciliano] grida sempre. Per ogni cosa è pronta a litigare con le persone e alza la voce, mentre gli Italiani parlano educatamente e raggionano prima di trarre le conclusioni. [2°, gruppo A]
          Ciò significa, dunque, che il siciliano viene considerato la lingua attraverso cui poter dar sfogo ai momenti di nervosismo, quando si oltrepassa la soglia del ‘buon vivere civile’, quando ci si vuole privare, anche solo per un momento, delle convenzioni e far rivivere quella parte nascosta dentro di noi spesso un po’ troppo a lungo. Tuttavia ciò emerge dai brani in forme negative, e ci fa immaginare una scena in cui si ritrovino un individuo che conversa sobriamente e pacatamente, e un altro invece adirato per un qualunque motivo, che grida a squarciagola: il primo parlerà sicuramente in italiano, il secondo in siciliano; è questo ciò che emerge dalle considerazioni di questi ragazzi, e che mostra ancora una forte percezione di artificiosità e di convenzionalità dell’italiano, a differenza della lingua spontanea, seppur rozza, del siciliano.
         Le motivazioni diafasiche possono inoltre assumere un altro aspetto che tende a considerare il dialetto prettamente in base alle circostanze:
Non credo che il dialetto siciliano sia rozzo. Dipende dalla persona che lo parla. Ci sono persone che parlano in modo rozzo l’italiano e persone che invece lo parlano bene. [4° gruppo B]
Il siciliano dipende dalle circostanze può diventare rozzo e volgare [4°, gruppo B]
(…) il siciliano brutto non per noi ma per i turisti (…) [1°, gruppo A]  

         Al penultimo posto della classifica troviamo dunque le motivazioni diacroniche. Anche queste assumono due aspetti. Il primo è storico-evolutivo, quindi senza considerazioni negative:
Oggi il siciliano è un dialetto anche se anticamente era considerato come una lingua. [3°, gruppo B]
L’italiano secondo me è “il figlio” della lingua siciliano. [3°, gruppo B]
Litaliano (…) è una lingua evoluta dal latino. Il siciliano (…) l’hanno inventato i paesani. [2°, gruppo A]  
Prima normalmente in tutta la sicilia si parlava il siciliano. ormai si parla lItaliano. [5°, gruppo A]
L’italiano è la lingua creata (ufficialmente) da Dante intorno al 300 (…).
[5°, gruppo B]
L’altro invece si sofferma sulla opposizione modernità/antichità, coinvolgendo anche l’aspetto diastratico:
Il siciliano è una lingua che parlano le persone più anziane cioè i nonni, invece l’italiano è una lingua più semplice e più moderna che parlano i genitori. [4°, gruppo A]
Oppure quello valutativo, associando nella maggior parte dei casi il termine antico con laggettivo rozzo o simili:
L’italiano è più fine e raffinato invece il siciliano è rozzo e antico.[3°, gruppo A]
         La variabile diamesica, infine, è quella meno presa in considerazione del campione di studenti intervistati. Questa si sofferma, come già visto in qualche esempio, sulla quasi esclusiva pertinenza dell’italiano nella scrittura e su una maggiore espressività orale del siciliano rispetto all’italiano: 

Per me la differenza è che l’italiano e una lingua che si deve parlare correttamente e scrivere correttamente (…). Il siciliano (…) è la [lingua] più bella che hanno inventato perché da una espressione di parlare a chiunque come vuole. [2°, gruppo A]
Motivazioni valutative
Riguardano opinioni di gusto individuale e sono in assoluto le più adottate dagli studenti esaminati, raggiungendo quasi la totalità dei casi. Il termine valutativo include infatti molte altre sfaccettature, in primis quella fra qualità e quantità. La quantità viene espressa dai ragazzi sotto forma di opposizione più parlata/meno parlata o più diffusa/meno diffusa.  
La differenza tra italiano e siciliano è che l’italiano è una lingua più parlata e più formale, mentre il siciliano è una lingua meno parlata e un po rozza. [1°, gruppo B]
La quale in moltissimi casi si ricollega alle motivazioni di tipo diatopico:
L’italiano è una lingua parlata in tutta Italia mentre il Siciliano è parlato soltanto in Sicilia [1°, gruppo B]
L’italiano lho capiscono tutti invece il siciliano siccome è un dialetto non lo capiscono tutti [5°, gruppo A]
La lingua Italiana e la più usata per comunicare, perche è una lingua più diffusa e la conosciamo tutti. [5°, gruppo A]
Per quanto riguarda invece l’aspetto qualitativo della valutazione, questo può essere rappresentato come semplice gusto (mi piace/non mi piace oppure bello/brutto),
Il siciliano è molto bello se saputo parlare [3°, gruppo B]
Per me la lingua più bella è il siciliano. [2°, gruppo A] 

Be per italiano sono d’accordo si mi piace, il siciliano non tanto, l’italiano è più sistemato invece il siciliano no. Nella lingua parlata qua in sicilia non è sistemato non mi piace [1°, gruppo A]
come opposizione raffinato/rozzo
L’italiano è un linguaggio più raffinato, mentre il siciliano essendo un dialetto è volgare e rozzo. [3°, gruppo B]
Il siciliano è rozzo, mentre l’italiano anche nel parlare è più fino e ha un suono più dolce. [1°, gruppo B]
oppure come opposizione educato/ineducato
Secondo me la differenza tra il siciliano e l’italiano è che parlare in siciliano non è educato si deve parlare in italiano se si vuole essere educati [4°, gruppo A]
o ancora si ritrovano facile/difficile, complicato/meno complicato, ordinato/disordinato
Per me il dialetto siciliano e più facile del Italiano [2°, gruppo A]
La differenza dellItaliano e il siciliano e che litaliano e più facile da comprendere e il siciliano e complicato (…) e meno comprensivo [1°, gruppo A]
Secondo me è più bello il siciliano perché è meno complesso mentre litaliano e più complesso con verbi pronomi ecc. [2°, gruppo A]
La differenza tra siciliano è italiano è che litaliano è più sistemato è il siciliano è più disordinato [4°, gruppo A]
Motivazioni psico-sociali
Le motivazioni psico-sociali che sono state riscontrate si possono suddividere in tre sottocategorie: motivazioni affettive (il parlante prova un sentimento di affezione verso la lingua), etnoidentitarie (la lingua è vista come emblema della propria identità etnica) o stigmatizzanti (la lingua è considerata un marchio).   

Se si vogliono considerare come stigmatizzanti le valutazioni di normale/strano e corretto/scorretto, sicuramente questa categoria è la più rappresentata dagli studenti intervistati (26 casi), in cui il polo positivo (normale, corretto) viene riferito allitaliano e mai al dialetto.
Laccezione ‘normale’ è particolarmente significativa perché mostra la piena concezione da parte degli alunni della lingua ufficiale come la lingua che è necessario sapere e con cui bisogna parlare quando si ha a che fare con persone che non fanno parte della cerchia dei rapporti quotidiani, o con persone più elevate culturalmente o socialmente. Lopposizione normale/strano –e poi ovviamente anche quella corretto/scorretto– si inserisce spesso allinterno di un rapporto spesso grammaticale, perché, in fondo, litaliano si apprende a scuola e quindi ha una propria grammatica, a differenza del siciliano con cui ciascuno può parlare “come vuole”; perciò, se pur in molti casi si ritrova il termine positivo affiancato ad aggettivi altrettanto positivi, ciò può avvenire (in casi però tutto sommato minori) anche per il secondo termine, in particolare per ‘strano’.  Questo non esclude quanto detto sopra, poiché gli aggettivi negativi non sono mai riferiti al polo positivo.
Secondo me la differenza tra litaliano e il siciliano è che parlare in italiano è normale e parlare in siciliano si usano molto le doppie [4°, gruppo A]
Il siciliano ha delle parole molto strane [1°, gruppo A]
(…) dobbiamo sottolineare che il siciliano non è la lingua corretta con cui noi dovremmo parlare, è litaliano la lingua corretta con cui dovremmo parlare, perché litaliano è la lingua ufficiale dellItalia e siccome noi facciamo parte dellItalia, dovremmo parlare litaliano. In conclusione la differenza tra il siciliano e litaliano è lo storpiamento della lingua italiana. [2°, gruppo A]
Secondo me la differenza tra litaliano e il siciliano e che in siciliano si parla più difettosi e con errori in italiano si parla senza errori e anche meglio [1°, gruppo A] 
Le motivazioni affettive ed etnoidentitarie in molti casi tendono a combaciare:
Non so spiegare il perché, ma so che mi piace, forse perché è la lingua del mio paese. [2°, gruppo A]
(…) Io però personalmente parlo sempre siciliano, perché per me è la lingua della mia Patria e sono fiero di parlarla [2°, gruppo A]
Il siciliano non si dovrebbe parlare però se qualche parola scappa ogni tanto, non fa male, infondo è sempre il nostro dialetto che appartiene alle nostre tradizioni siciliane [2°, gruppo A]
Anche se, ovviamente, in altri si distinguono nettamente. Troviamo difatti delle motivazioni prettamente affettive, come nel seguente esempio:
Litaliano per la gente è una lingua più pulita rispetto al siciliano. per me non molto, in famiglia la parlano tutti e sono stata abituata fin da piccola a parlare il dialetto siciliano, che per me è fantastico. [1°, gruppo A]
e motivazioni etnoidentitarie in questi altri:
Oggi il siciliano è fonte di riconoscimento la sicilia viene riconosciuta grazie a questa lingua [3°, gruppo B]
Secondo me è giusto parlare sia Siciliano che italiano. Litaliano è la nostra lingua patria ed è giusto parlarla correttamente (…) ci serve per vivere per scrivere e per leggere. (…) il siciliano è il nostro dialetto che ci serve anche per parlare perché conserva le nostre tradizioni, la nostra storia. Perché il Siciliano è importante perché è la lingua dei nostri antenati siciliani, quindi è giusto parlare il siciliano perché è bello conoscere la nostra provenienza e la nostra storia [2°, gruppo A]
Il siciliano è una bella lingua perché è la nostra storia e la nostra origine. Se noi, i nostri genitori, i nostri nonni non tramandassimo questa lingua, molti documenti, molte poesie e molti pensieri scritti in questa lingua non si saprebbero leggere e una parte della nostra storia andrebbe perduta. Secondo me parlare in siciliano ci aiuta ad avvicinarci alla nostra terra e alle persone che sanno parlare questa lingua [2°, gruppo A]
2. Spie linguistiche
Potrebbe essere interessante distinguere in negativo, positivo e neutro l’atteggiamento degli intervistati attraverso le definizioni che hanno dato di “italiano” e “siciliano”. I termini sono stati estrapolati comparando le risposte alla domanda singola “Qual è, secondo te, la differenza fra italiano e siciliano?” con quelle riportate dalla domanda “Preferisci parlare in siciliano o in italiano? Perché?”.
Presento così due tipologie di tabelle in cui sono mostrate le risposte più rappresentative (da 3 in su). Per la prima tipologia ho usato un metodo “grammaticale” di suddivisione, distinguendo sostantivi (Tab.1), frasi (Tab.2) e aggettivi (Tab.3); la seconda tipologia di tabelle suddivide invece i termini in base al grado negativo, positivo o neutro: la tabella 4 riunirà le connotazioni più o meno negative, la tabella 5 quelle neutrali e la tabella 6 le connotazioni positive.

         Prendendo in considerazione le tabelle in base all‟ordine di esposizione,osservando la Tab. 1, dedicata ai sostantivi, notiamo subito che, sia per l’italiano sia per il dialetto, si usa la definizione di “lingua madre”, seppur con una lieve maggioranza in favore dell‟italiano. Questo dato, associato al fatto che per l’italiano nessuno degli intervistati considera l’aspetto etno-identitario, è un elemento importante che mi concede la possibilità di affermare che il dialetto è visto come un elemento importante di identità, ricollegata al luogo di nascita e di crescita dei ragazzi, con tutto il bagaglio culturale che ad esso è legato.

Riguardo agli aggettivi, si confermano le opposizioni che erano già presenti nel lavoro del prof. Ruffino, quali fine/rozzo, facile/difficile, raffinato/volgare, educato/maleducato, corretto/scorretto e si nota una netta prevalenza dell’opposizione “italiano comune a tutte le regioni d’Italia/dialetto proprio della Sicilia”; per molti studenti terrasinesi, dunque, la differenza più importante è di carattere pratico e oggettivo, per quanto la definizione di “proprio della Sicilia” nella maggior parte dei casi assuma una venatura negativa, accentuando la limitatezza spaziale del dialetto, seppur – come abbiamo visto – in molti altri casi questo è un carattere in più per la costruzione del sano e appassionato sentimento regionale. E altrettanto si evince dalla Tab. 3, in cui si nota che le forme verbali più usate per indicare la propensione all‟italiano sono legate alla sfera prettamente comunicativa del “sapere parlare/farsi capire”, escludendo fattori negativi intrinseci al dialetto.
Se consideriamo la seconda tipologia di tabelle proposte, ciò che colpisce immediatamente l’attenzione guardando la Tab.4 è la totale assenza di definizioni negative associate all’italiano e, in corrispondenza, la scarsa presenza di valutazioni positive (tab. 6) associate al dialetto. Nonostante ciò, però, guardando la Tab.6, si nota che sono state date alcune risposte uguali sia per il dialetto sia per litaliano; tra queste però occorre distinguere le risposte con scarsa differenza del numero di occorrenze (“mi piace”, “bello”) e quelle con una maggiore propensione verso litaliano (“facile”, “mi so esprimere meglio”).
Conclusioni
Alla fine degli anni Settanta risalgono alcuni sondaggi volti ad analizzare il problema della valutazione e dell‟uso di lingua e dialetto nei bambini e negli adolescenti della nostra regione. Credo che sia interessante confrontare tali risultati con quelli ottenuti dalla mia analisi. Come riferisce G. Ruffino (2006) da questi sondaggi emergeva che:
a) Il numero dei dialettofobi è inversamente proporzionale al capitale culturale.
b) I dialettofobi danno spiegazioni extralinguistiche riguardo alla loro avversione per il dialetto.
c) Si distingue tra dialettofobia rinvenuta negli italofoni e atteggiamento negativo presente nei dialettofoni: per i primi la considerazione sul siciliano è trasmessa da motivazioni che alludono al carattere volgare del siciliano; per i secondi, invece, tale atteggiamento è veicolato da motivazioni funzionali, in quanto – avvertendo i limiti della propria condizione a livello sociale– la dialettofobia assume ragioni pragmatiche.
Dalla mia analisi parallelamente risulta che, per quanto riguarda il primo punto, la situazione si è capovolta: la dialettofobia è oggi direttamente proporzionale al capitale culturale. Per affermare ciò ho considerato dotate di un capitale culturale alto quelle classi in cui la percentuale di entrambi i genitori che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado e/o la laurea sia superiore al 50%. Ho poi calcolato la percentuale dei dialettofobi allinterno delle classi tramite la domanda “Vorresti studiare il siciliano a scuola?”, la quale ritengo che esprima bene la considerazione, pur in alcuni casi inconscia, che i ragazzi hanno del dialetto, ritenendolo degno o meno di essere portato al rango di materia di studio.
          Entrando nel dettaglio, si vede che a un capitale culturale compreso tra il 42% e il 50% corrisponde un tasso di dialettofobia che oscilla dal 5% al 28%; a un capitale culturale compreso tra il 53% e l‟80% corrisponde un tasso di dialettofobia che oscilla tra il 32% e il 67%.
        Dati, questi, che mi fanno riflettere e mi legittimano a spendere altre due righe in merito. Che cosa vuol dire che a un capitale culturale alto corrisponde un tasso di dialettofobia basso? Che cosa vuol dire il contrario? Ciò significa che i ragazzi inseriti in un contesto familiare relativamente colto, negli anni ‟80 non dimostravano avere considerazioni negative sul dialetto e assumevano atteggiamenti favorevoli alla diffusione di questo, con un rapporto dunque che può essere definito “pacifico”. Oggi invece è come se si fossero creati due atteggiamenti assai diversi, con incidenze sui rapporti sociali dei filodialettali rispetto agli antidialettali e viceversa; se poi in particolare i filodialettali sono prevalentemente dialettofoni e gli antidialettali prevalentemente italofoni si avranno chiaramente fenomeni di esclusione da una parte e agglomerazione tra simili dall‟altra.
         
         Analizzando il secondo punto, le spiegazioni riguardo l‟avversione dei ragazzi verso il dialetto sono motivate in primo luogo da fattori pratici, come “non lo so parlare”, “non tutti lo capiscono” o di gusto, come “non mi piace” (addirittura in un caso si ritrova “Io lo odio”). Tuttavia è significativo notare come tali spiegazioni possono entrare anche nell‟ambito sociale degli alunni, come quando essi dichiarano di vergognarsi o prospettano che verrebbero presi in giro se parlassero il dialetto. Potremmo dunque notare che, sebbene in qualche raro caso i dialettofobi adducano spiegazioni prettamente linguistiche (ad esempio “Ha parole difficili”), nella stragrande maggioranza dei casi il risultato ottenuto dall‟analisi precedente viene confermato: i dialettofobi adducono motivazioni extralinguistiche per spiegare la loro avversione per il dialetto.
         
         Il terzo argomento che si presta alla nostra comparazione riguarda la differenza fra italofoni e dialettofoni riguardo alla propria repulsione del vernacolo. 
         L’analisi dichiarava che gli italofoni fanno riferimento al carattere volgare del siciliano, i dialettofoni, invece, a motivazioni funzionali. Dobbiamo innanzi tutto notare che tutti gli intervistati che si dichiarano dialettofoni contemporaneamente esaltano il dialetto nei modi più disparati: lo ritengono divertente, efficace per rendere i concetti, più bello, più facile e addirittura una bambina dirà “Mi sento più realizzata”. Di conseguenza non è possibile riscontrare dei dati che affermino la coincidenza fra dialettofobia e dialettofonia, e di conseguenza analizzare questo aspetto. Per quanto riguarda gli italofoni, possiamo invece confermare i risultati della precedente analisi, poiché la maggior parte dei ragazzi che preferiscono parlare in italiano scelgono questa lingua proprio per il suo carattere raffinato ed elegante e per il suono più dolce, contrapponendola al suono più “duro” del siciliano e al suo carattere più rozzo rispetto alla lingua ufficiale.
       Tutto sommato, dunque, la situazione socio-linguistica nel nostro territorio è cambiata ben poco in questi quarant‟anni, osservando ancora la tenace perseveranza dei „primordiali‟ stereotipi linguistici che, purtroppo, stentano ad allontanarsi dalla mentalità della nostra società. L‟unica alternativa possibile sarebbe allora un intervento governativo e amministrativo portato avanti da professionisti e da esperti nel settore e soprattutto che parta dal basso, dalle famiglie, dagli alunni e dagli insegnanti, affinché, creando in questo modo un‟opinione pubblica sensibile alla problematica, inizi un‟iperbole volta non a “modernizzare” il dialetto, ma a diffondere la consapevolezza della sua importanza storica. I dialetti non sono stati in isolamento per tutto questo tempo, ma sono penetrati nella lingua, arricchendola e irrobustendola, e ugualmente la lingua ha attraversato i dialetti, rigenerandoli e trasfigurandoli: lo scambio reciproco fra italiano e dialetti è insito nella nostra tradizione nazionale. Acquistando una tale sensibilità, si potrà così fruire di indiscutibili benefici sia su un piano prettamente linguistico, in quanto l‟analisi comparativa fra italiano e dialetto potrà favorire lo sviluppo della competenza metalinguistica dei parlanti, sia su un piano più genericamente culturale, favorendo la valorizzazione di un patrimonio linguistico-etnografico altrimenti destinato a svanire.
         La lingua è un gran bel gioco interattivo se si conoscono le regole che rendono il gioco utile e fruibile per lo sviluppo della propria identità sociale e culturale. Ma un tale gioco, un tale gusto per la lingua italiana può essere creato solo dopo aver trovato il giusto equilibrio tra una lingua ingessata ed eminentemente scolastica e una lingua d‟uso, corretta sì, ma viva, in cui il dialetto abbia un ruolo di primo piano.

Bibliografia e linkografia
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1992, Terrasini –elementi di una identità culturale, Terrasini

Appendici
A.    Risposte alla domanda  Qual è, secondo te, la differenza tra italiano e siciliano?
 in trascrizione fedele all’originale
SCUOLA PRIMARIA
(circolo didattico Don Milani)
Età – indirizzo – sesso
9 anni – via Rosario Lo Duca [La Duca]– femmina
La differenza tra italiano e siciliano è che l‟italiano e più educato e raffinato mentre il siciliano e più da parlare in paese con i conoscente                                                9 anni – via Carlo Alberto dalla Ghiesa [Chiesa] – maschio                                                    Secondo me la differenza tra l‟Italiano e il Siciliano è che il Siciliano è una lingua che parlano le persone più anziane cioè i nonni invece l‟italiano è una lingua più semplice e più moderna che parlano i genitori.

9 anni – via Cala Rossa [Calarossa]- ? 

Secondo me parlare in italiano è più educato si parla meglio ed è più chiaro,invece in siciliano è meno educato anche se fa ridere.

9 anni – via Cala Rossa [Calarossa]– maschio
Secondo me la differenza tra il siciliano è litaliano è che litaliano è una lingua raffinata e il siciliano è una lingua meno fine
9 anni – via Carlo Alberto dalla chiesa – maschio
Secondo me la differenza tra il siciliano e litaliano è che parlare in siciliano non è educato si deve parlare in italiano se si vuole essere educati
9 anni – via contrada agli Androni – femmina
Secondo me la differenza tra litaliano è il siciliano è che litaliano si parla in un modo raffinato mentre il siciliano è un linguaggio non educato
9 anni – via dell„ ulivo – maschio
La differenza tra il siciliano e litaliano e che in italiano si parla inmodo più ordinato invece il siciliano è meno raffinato
8 anni – via Tevere – femmina
Secondo me parlare in siciliano è molto ineducato, invece parlare in italiano è educato ad esempio se ci sono abitanti di Milano non sanno che significano le parole in siciliano
9 anni – ventimiglia – femmina
Secondo La me differenza è che in italiano si parla bene,invece parlare in siciliano ci si diverte e si ride
9 anni – via delle ortensie – femmina
Per me la differenza tra siciliano e italiano è che il siciliano è molto diverso, si parla male ed è complicato, mentre litaliano è più ordinato ed è meno complicato
9 anni – Via cala rosa [Calarossa]– femmina
Secondo me la differenza tra litaliano e il siciliano è che parlare in italiano è normale e parlare in siciliano si usano molto le doppie
9 anni – Via Giuseppe verdi – femmina
La differenza tra litaliano è il siciliano e che litaliano è educato,mentre il siciliano non è tanto raffinato come modi di parlare
8 anni – Via Partinico – maschio
La differenza tra siciliano è italiano è che litaliano è più sistemato è il siciliano è più disordinato
9 anni – Via Perez – maschio
Perme la differenza tra litaliano e il siciliano e che litaliano è educato e più sistemato Invece ilsiciliano è maleducato
8 anni – Via jose maria escriva [Josemaria Escrivà]– femmina
Per me la differenza tra il siciliano e litaliano è che il siciliano è un dialetto,mentre litaliano è educato e raffinato.
9 anni – Via Giuseppe Verdi – maschio
Secondo me la differenza fra l italiano e il siciliano è che si parla diversamente, però con un significato uguale
9 anni – via delle Ortensie – femmina
Secondo me la differenza tra siciliano e italiano è che se parli in italiano tutti ci possono parlare in italiano invece se parli in siciliano e un altro compagno parla in italiano non ti capisce,Però io penso che a poco a poco si impara a parlare sia in italiano sia in siciliano
10 anni – Via dante aligheri [Dante Alighieri]– femmina
Secondo me la differenza fra litaliano e il siciliano è che litaliano si capisce meglio Litaliano è la lingua nazionale dellitalia e il siciliano e il dialetto della sicilia
9 anni – Via Dante Alighieri – maschio
Secondo me la lingua siciliana ha qualche differenza rispetto a quella Italiana perche è antica però molto simile a quella Italiana,e che deriva dal latino. Il siciliano per noi Italiani è come una seconda lingua mentre lItaliano è la lingua ufficiale dellItalia,di san marino e della citta del vaticano. La lingua Italiana e la più usata per comunicare, perche è una lingua più diffusa e la conosciamo tutti.
10 anni – ? – femmina
Litaliano lo sanno parlare in tutta lItalia invece il siciliano in delle regioni.
10 anni – Via calarossa – femmina
Litaliano è la lingua nazionale, cioè parlato in tutto lo stato italiano. Poi ogni regione ha un suo dialetto che è una lingua vera e propria. In Sicilia abbiamo il siciliano,lingua che si è formata nel corso dei secoli
10 anni – Via Luigi Einaudi – femmina
Litaliano è la lingua nazionale e il siciliano è un dialetto
10 anni – VIA CAP SIGNIURUZZO – femmina
Per me la differenza tra il siciliano e l italiano è che lItaliano lho capiscono tutti invece il siciliano siccome è in dialetto non lo capiscono tutti.
10 anni – VIA PARTINICO – femmina
Litaliano è una lingua nazionale e il siciliano è un dialetto o lingua madre
10 anni – C da Piano cavolo [c.da Piano Cavoli]– maschio
Litaliano è una lingua madre il siciliano e lingua del dialetto
10 anni – Via pietro galati – maschio
LItaliano perche e una lingua che parlano tutta Litalia e il siciliano perche e una lingua che parlano soltanto i siciliani.
10 anni – contrada cipollazzo [via Cipollazzo]– femmina
Litaliano si parla in tutta lItalia invece il siciliano solo in alcune zone
10 anni – via carlo alberto dalla chiesa – maschio
L’italiano è una lingua che parla tutta l Italia invece il siciliano è un dialetto proprio della sicilia perche ogni regione ha un proprio dialetto
10 anni – contrada bagliuso TERRASINI – maschio
LItaliano è la lingua nazionale parlata in tutta l italia il siciliano è invece un dialetto parlato in sicilia con molta differenze tra un paese e un altro.
10 anni – via Giovanni Verga – femmina
LItaliano si può parlare in tutto il mondo il siciliano è un dialetto del luogo
10 anni – Via Cala Rossa [Calarossa]– maschio
LItaliano è la lingua della nostra nazione ed è parlato in tutta Italia. Il siciliano è il dialetto tipico della Sicilia e lo capisce solo un altro siciliano ogni regione ha il suo dialetto.
10 anni – via giovanni meli – maschio
Sono due lingue diverse con caratteristiche diverse e anche la grammatica è diversa secondo me il siciliano è più difficile della lingua italiana
10 anni – C/piano di terrasini [contrada Piano Torre]– femmina
Italiano lo parla tutta LItalia invece il siciliano lo parla solo la sicilia.
10 anni – ? – maschio
LItaliano è la lingua nazionale cioè parlata in tutta lo stato italiano. Poi ogni regione ha un suo dialetto che è una lingua vera e propria. In sicilia abbiamo il siciliano,lingua che si è formato nel corso dei secoli.
9 anni – Via Ruffino – maschio
LItaliano è la lingua che si parla in tutto il territorio nazionale in tutte le regionali ed è quindi la lingua che ci permette di capire e farci capire da tutti gli italiani. Il siciliano invece è il dialetto che si usa in sicilia prima normalmente in tutta la sicilia si parlava il siciliano. Ormai si parla LItaliano.
11 anni – LUIGI EINAUDI – maschio
LItaliano e parlato in tutta Italia. Il siciliano solo in sicilia,esistono tanti tipi di siciliano,ogni regione ne parla uno talvolta diverso da tutti gli altri talvolta simile ad altri ma non comprensibile da tutti.
10 anni – contrada agli androni – maschio
Secondo me la differenza tra Italiano e siciliano è che il siciliano è il dialetto della sicilia,invece lItaliano e la lingua nazionale dellItalia
SCUOLA SUPERIORE DI PRIMO GRADO
(Istituto Comprensivo papa Giovanni XXIII)
Età – zona di residenza – sesso
11 anni – periferia (campagna) – maschio
Secondo me, il siciliano,è una lingua particolare parlata e “fondata” da noi siciliani. LItaliano,invece,è una lingua parlata da tutto il popolo italiano.
12 anni – Terrasini Periferia – maschio
La differensa dell‟Italiano e il siciliano e che L‟Italiano e più facile da comprendere e il siciliano e complicato. L‟Italiano è più pulito nel modo di parlare perche il siciliano e meno comprensivo.
 
11 anni – Contrada Paternella,verso citta del mare – maschio
L‟Italiano è una lingua che si parla in tutta l‟Italia. Invece il siciliano è un dialetto di una regione in questo caso la Sicilia,ma ci sono anche altri dialetti in altre regioni come il Dialetto Toscano. Come il calabrese.
 
11 anni – Via Federico de Roberto Cinisi Periferia – femmina
L‟italiano è una lingua che si parla in tutta l‟italia.Il siciliano è una lingua che si parla solo in una regione in questo caso la sicilia.
 
11 anni – Terrasini viale delle magnolie – maschio
La differenza tra la lingua italiana o quella siciliana si parla in diversi modi di parlare. In italiano,uguale alla città d‟Italia e in siciliano in dialetto.
 
11 anni – Periferia C/da Paternella – viale Adriatico – femmina
Secondo me la differenza fra l‟italiano e il siciliano è che una lingua un pò più volgare dell‟italiano. L‟italiano è parlato in tutta italia mentre il siciliano solo in Sicilia.
 
 11 anni – Terrasini(viale delle magnolie) – maschio
Secondo me,italiano si parla in tutto il mondo ed è un lingua parlata. Il siciliano è una lingua dialetta.
11 anni – Terrasini Via papa giovanni XXIII vicino la piazza in via Palermo – maschio
Il siciliano non è molto diverso dall‟italiano infatti molte parole sono uguali ma anche parole completamente diverse ma di significato uguale come la parola “racina” che significa “uva” e invece uovo si dice sempre uovo
 
11 anni – Terrasini Periferia – femmina
L‟italiano per la gente è una lingua più pulita rispetto al sicilano. Per me non molto, in famiglia la parlano tutti e sono stata abituata fin da piccola a parlare il dialetto sicilano,che per me è fantastico. Però a scuola mi trattengo. Mamma mi dice a casa si,ma a scuola no,però qualche parolina scappa sempre.
 
11 anni – terrasini vicino al mare – femmina
Be per italiano sono daccordo si mi piace,il siciliano non tanto,l‟italiano è più sistemato invece il sicliano no Nella lingua parlata quà in sicilia non è sistemato non mi piace
 
11 anni – Cinisi.Periferia – femmina
L‟italiano per me è una lingua chiara per tutti,comprensibile. Per me è cosi perché io parlo sempre italiano. Il siciliano non penso che è molto chiaro per far capire tutti quello che vogliamo dire e per esprimerci.
 
11 anni – Terrasini – zona centrale – femmina
Il siciliano secondo me è più che altro un dialetto della nostra Sicilia grande e non proprio una lingua. L‟italiano si può parlare in tutta l‟Italia e anche qui e l‟Italiano è molto sistemato.
11 anni – zona marina Via giacomo matteotti – maschio
Per me la differenza fra Italiano e siciliano e molta,il siciliano Brutto non per noi ma per i turisti invece si l‟ Italiano è più raffinato e si capisce meglio,ma ci sono altri dialetti delle altre regioni.
 
10 anni – CINISI PASSAGGIO AL LIVELLO VIA CDA PIANO CAVOLI – maschio
La differenza tra un siciliano e un‟ italiano e che il siciliano a tradizioni e dialetti invece l‟italiano non è ha dialetti,Il siciliano si parla in Sicilia,l‟italiano in tutta l‟italia. Qua in sicilia abbiamo un sacco di tradizioni tipo la festa degli schietti,santa Rosalia,i cannoli,le sfinge di san Giuseppe ecc. Invece in italia c‟ è il papa,e le cose politiche. Tutte queste cosa differenzia l‟italia e la Sicilia.
 
10 anni – Terrasini sul lungo mare, c.a. dalla chiesa – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è: l‟italiano è una lingua molto sofisticata, si capisce quello che si dice, ed è molto semplice ai bambini. Invece il siciliano ha delle parole molto strane,ed viene usata soprattutto dai grandi e viene sempre usata qui dove abitiamo noi
 
14 anni – via partinico – maschio
La differenza tra il Siciliano e l‟Italiano e che l‟Italiano si parla In tutta Italia e più conosciuto il Siciliano e meno conosciuto e ci sono meno errori
 
10 anni – Terrasini, sul lungo mare Via Calarossa – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è quella che italiano è una lingua normale e sofisticata, ma pure semplice. Invece il siciliano è una lingua per lo più che usano i grandi ed è un pò più complicatina di quella italiana che è tanto usata nel nostro territorio.
11 anni – Cinisi, Via pio la torre traversa – maschio
Secondo me la differenza tra l‟italiano e il siciliano e che in siciliano si parla più difettosi e con errori in italiano si parla senza errori e anche meglio
 
                                                                           2°
12 anni – Terrasini (Pa) Vicolo Oreto – maschio
Secondo me è giusto parlare sia Siciliano che italiano. L‟italiano è la nostra lingua patria ed è giusto parlarla correttamente, è la lingua che studiamo, che parliano e che ci serve per vivere per scrivere e per leggere. Senza l‟italiano saremmo analfabeti e ignoranti. Quindi è giusto studiarla e parlarla il siciliano è il nostro dialetto che si deve anche parlare perché conserva le nostre tradizioni, la nostra storia. Perché il Siciliano è importante perché è la lingua dei nostri antenati siciliani, quindi è giusto parlare il siciliano perché è bello conoscere la nostra provenienza e la nostra storia.
 
12 anni – Via Perez – maschio
Secondo me, la differenza tra italiano e siciliano è che il siciliano per noi è più facile da parlare però ci fa sembrare rozzi invece l‟italiano ci fa sembrare educati. Il siciliano non si dovrebbe parlare però se qualche parola scappa ogni tanto, non fa mare, infondo è sempre il nostro dialetto che appartiene alla nostra tradizioni siciliano.
 
12 anni – Terrasini c/da Gazzara – femmina
Secondo me tra l‟italiano e il siciliano c‟è una bella differenza. Il siciliano è una bella lingua perché è la nostra storia e la nostra origine. Se noi, i nostri genitori, i nostri nonni non tramandassimo questa lingua, molti documenti, molte poesie e molti pensieri scritti in questa lingua non si saprebbero leggere e una parte della nostra storia andrebbe perduta. Secondo me parlare in siciliano ci aiuta ad avvicinarci alla nostra terra e alle persone che sanno parlare questa lingua. Però è bene saper parlare anche un italiano corretto, perché se in futuro
possiamo incontrare persone molto note e se non sappiamo parlarlo ci facciamo una brutta figura. Ogni regione ha il suo dialetto e ogni dialetto ha una sua origine e una sua storia.

 12 anni – via ungheria – femmina
Per me il siciliano e meglio del italiano. Solo che siccome la nostra lingua pratia e litaliano lo dobbiamo parlare.
12 anni – V.Adige [via Adige]– maschio
Be secondo me il siciliano e la nostra lingua madre. Litaliano le anche la nostra lingua pero io sono sempre Secondo e meglio il siciliano perche come viene …………(meglio a parlalla?) e anche perche io a casa fuori tranne qualche volta a scuola parlo il siciliano i litaliano la …. (non po ?) scrivere e per parlare con le persone magari più come posso dire fine va sono tutto sommato posso dire che io preferisco il siciliano a posto dellitaliano e più bello comunico meglio e tutto ………… (in salute?)
11 anni – Via Calarossa – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che con litaliano noi ci possiamo esprimere facendoci capire correttamente in tutta Italia. Mentre con il siciliano molte persone del nord credono che noi siamo rozzi e ignoranti, ma non solo a noi, in Italia ci sono diversi dialetti molte volte noi del sud critichiamo quelli del nord e viceversa. Ma secondo me, si dovrebbe parlare solo Italiano, pur sempre rispettando le culture e le tradizioni, ma visto che lItalia è una Repubblica Democratica dovremmo parlare tutti Italiano
12 anni – terrasini (Pa) vicolo Oreto – femmina
Secondo me lItaliano è una persona più educata, che parla correttamente; lItaliano non parla come il Siciliano. Il Siciliano storpia le parole, prolunga le vocali, grida sempre, e a volte quando parla il suo dialetto ci sono parole che non si capiscono. Per ogni cosa è pronta a litigare con le persone e altra la voce, mentre gli Italiani parlano educatamente e raggionano prima di trarre le conclusioni.
 
12 anni – Terrasini, Via P. Galati – femmina
Secondo me, la differenza tra litaliano e il siciliano è che il siciliano è il dialetto della Sicilia, come, per esempio il calabrese è il dialetto della Calabria. Però dobbiamo sottolineare che il siciliano non è la lingua corretta con cui noi dovremmo parlare, è litaliano la lingua corretta con cui dovremmo parlare, perché litaliano è la lingua ufficiale dellItalia e siccome noi facciamo parte dellItalia, dovremmo parlare litaliano. In conclusione la differenza tra il siciliano e litaliano è lo storpiamento della lingua italiana.
12 anni – Via Renato Guttuso – maschio
Secondo me la differenza tra lItaliano e il Siciliano è che litaliano è una lingua comune che si parla in tutta Italia, invece il Siciliano è un dialetto che si parla solo in Sicilia. Anche perché litaliano è una lingua che per comunicare è più educata e il siciliano è una lingua più rozza.
12 anni – Via Carlo Alberto dalla Chiesa – maschio
Per me la differenza è che litaliano e una lingua che si deve parlare correttamente e sicrivere correttamente ed è una lingua evoluta dal latino. Il siciliano si parla non proprio correttamente ma è la lingua di non un stato ma di una regione che lhanno inventata i paesani, per me questa lingua il siciliano e la più bella che hanno inventato perché da una espressione di parlare a chiunque come vuole e non discende da niente e unaltra cosa che alcune parole in siciliano vengono parlare pure in italiano.
12 anni – via G. Marconi – femmina
La differenza tra italiano e siciliano per me, litaliano è una lingua più sistemata e anche molto facile da pronunciare. Litaliano è una lingua che viene usata a scuola, quando stiamo parlando con persone piuttosto importanti ed anche quando parliamo con persone che non conosciamo bene. Per me il siciliano è una lingua un po volgare, devo dire la verità, io con persone che conosco bene parlo sempre siciliano. Per me la lingua piu bella è il siciliano. Non riesco a spiegare il perché, ma so che mi piace, forse perché è la lingua del mio paese.
  
12 anni – V. G. Ventimiglia – maschio
Per me la differenza tra litaliano e il siciliano è la lingua che cambia e anche il dialetto. Litaliano è una lingua che si deve parlare correttamente e giusta
12 anni – Via Domenico Morello – maschio
Secono me la differenza tra italiano e siciliano e che secondo me il siciliano e migliore del italiano perché io abbito in sicilia ma certe volte mi domando se litalia e meglio della sicilia poi a me piace molto parlare in dialetto siciliano. poi io penso che il dialetto siciliano si capisce meglio del napoletano ed si capisce di più
12 anni – Via la grua talamanca – femmina
Secondo me cè una bella differenza tra litaliano e il siciliano perché? Mbè facile perché per noi siciliani viene facile parlare il dialetto chè litaliano per noi viene complicato parlare litaliano semplicemente perché non ci siamo abituati infatti per questo a scuola ci insegnano litaliano ma avvolte senza che noi cè ne accorgiamo parliamo il dialetto per esempio come me a casa parlo sempre il dialetto che dire? Per me il dialetto siciliano e più facile del Italiano
12 anni – terrasini via nazionale – femmina
Secondo me la differenza e: con litaliano si parla correttamente, invece il siciliano e in dialetto che non si dovrebbe parlare. Litaliano per me e una lingua che mi permette di conversare con amici, genitori, zii, nonni ecc… invece con il siciliano pure ci permette di conversare ma in modo diverso e una lingua sporca. Invece litaliano e una lingua pulita perché quando a volte ci litighiamo non diciamo brutte parole, litaliano ci fa riflettere, invece il siciliano non ci fa riflettere diciamo quelle brutte parole.
12 anni – Via Cappella Signiuruzzo – femmina
Secondo me litaliano è una lingua uguale per tutti in tutta italia, usata per scrivere correttamente e capita da tutti. Il siciliano invece secondo me è la lingua che ci permette di renderci diversi da quelli di altre regioni.  
12 anni – Contrada Pianotorre [Piano Torre]– maschio
Per me fra Italiano e siciliano cè una grande differenza, una linea di separazione che però ……….. e nuove parole che permette come tutti gli altri dialetti di capirsi tra popoli. Secondo me litaliano una lingua derivante da latino, greco e altre lingue e una lingua semplice ma piena di parole che viene usata più o meno in tutta Italia. LItaliano dopo essere stato diffuso in tutta Italia grazie a viaggi e commerci si è diffuso in tutta Europa. Il siciliano invece è una lingua più aperta ai siciliani che cambia anche regole fondamentali per litaliano come per esempio trasforma il maschile in femminile in alcuni casi e soprattutto che da più possibilità, anche però offensive che ha creato nel corso degli anni vari termini. Io però personalmente parlo sempre siciliano, perché per me è la lingua della mia Patria e sono fiero di parlarla. Ciao chiunque tu sia è ricorda che bisogna onorare sempre la propria Patria!!
12 anni – Via Giuseppe Fava – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che litaliano è una lingua più semplice, più usata e compresa in qualunque regione italiana. Quindi è molto importante conoscerla correttamente soprattutto dal punto di vista grammaticale. Invece il siciliano, a differenza dellitaliano, è una lingua conosciuta soltanto dalla regione Sicilia; esso è “difficile” da comprendere per coloro che non sono siciliani. Infatti coloro che conoscono soltanto questa lingua si possono ritenere “ignoranti” in quanto non sono capaci di comunicare con gli altri. Comunque è un bene che ancora venga utilizzato in modo da poter tramandare e in modo da poter fare conoscere questa lingua ai nostri successori.
11 anni – terrasini (PA) via Partinico – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano e che il siciliano e la lingua più usata dai nostri bisnonni ecc… E litaliano invece e più usato dalle persone di città o dai giovani. Possiamo anche dire che alcune parole in italiano derivano dal dialetto siciliano ovviamente cambiando il tono di voce. Secondo me è più bello il siciliano perché e meno complesso mentre litaliano e più complesso con verbi pronomi ecc..
13 anni – terrasini (via bellini) – femmina
La lingua “italiana” è la madre lingua, mentre il siciliano è un dialetto usato dagli antichi ma portato fino ad ora, quindi nel 2012 ed spesso si usa tra i familiari
13 anni – cda Paternella – femmina
Secondo me la differenza tra litaliano e il siciliano è che litaliano è più fine, completo e appropriato mentre il siciliano è più rozzo e più volgare
15 anni – via vitoria emanuele orlando [Vittorio Emanuele Orlando] – femmina
La differenza è che sono uguale ma diversa tipo alcuni sono uguale e altri diversi
13 anni – terrasini – femmina
Litaliano è un modo di comunicare più fine, e appropriato il siciliano è un modo di parlare più rozzo e confidenziale
13 anni – Cinisi Via Nazionale – femmina
La differenza tra italiano e siciliano e che in italiano si usano forme verbali molto più corretto, il siciliano e che lingua più rozza
16 anni – Terrasini (PA) La Grua Talamanca – maschio
Secondo me cè unenorme differenza tra italiano e siciliano perché si la sicilia fa parte dellitalia ma io siciliano preferisco maggiormente parlare la lingua madre del mio paese o della mia regione.
15 anni – Terrasini via Ruffino – maschio
Per me la differenza tra litaliano e il siciliano e che il siciliano e più forte ed e pure volgare per me mentre litaliano e un linguaggio più coretto.
13 anni – Via Padre G. Cataldo – ?
Secondo me la differenza fra lItaliano e il Siciliano è che con lItaliano puoi dialogare con tutti con il siciliano solamente con gli abitanti della Sicilia
13 anni – Cinisi – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano e che litaliano si parla in tutta italia ed e la lingua nazionale invece il sicilia e una lingua regionale e si parla solo in sicilia
12 anni – Terrasini (via Gaetano Ventimiglia) – maschio
Il siciliano e una lingua della sicilia invece lItaliano è una lingua più moderna del siciliano. lItaliano è una lingua parlata in tutta lItalia invece e il siciliano e parlato solo da noi cioè in sicilia
13 anni – Terrasini (Via Gorizia) – maschio
LItaliano è una lingua più moderna del siciliano. Il siciliano è parlato solo qui. Litaliano è una lingua nazionale, il siciliano è una lingua regionale.
13 anni – Terrasini via Papa Giovanni Paolo II – femmina
Il Siciliano è un dialetto quindi è molto più rozzo mentre litaliano e più fine
12 anni – terrasini – femmina
Litaliano è più fine e raffinato invece il siciliano è rozzo e antico
13 anni – Terrasini, via lungomare Peppino Impastato – maschio
Litaliano è più comprensibile e per capire il siciliano e per parlarlo ci vuole un vero siciliano.
13 anni – Terrasini – maschio
Litaliano è la lingua parlata in tutta Italia con i vari dialetti, il siciliano è una lingua un po rozza che si parla in Sicilia
13 anni – Terrasini (Pa) Via Giacomo Matteotti – maschio
Secondo me, la differenza tra italiano e siciliano è: che litaliano e una lingua nazionale molto perfetta e bella da parlare, invece il siciliano (pur essendo la lingua madre della Sicilia) e vecchia, rozza che a me non sinceralmente non piace
12 anni – Terrasini (via Archimede 132) – maschio
Litaliano e una lingua ufficiale mentre il siciliano e una lingua usata margiormente in sicilia (terrasini)
12 anni – terrasini “via Archimede” – femmina
Litaliano per me è una lingua più corretta ma ormai è parlato da pochi, inoltre litaliano è la madre lingua, il siciliano è parlato molto dai nostri nonni, in teoria il siciliano è un dialetto.

SCUOLA SUPERIORE DI SECONDO GRADO
(Istituto Provinciale di Culture e lingue Ninni Cassarà)
Età – indirizzo – sesso
14 anni – Via Alcide De Gasperi – femmina
La differenza tra italiano è che viene più parlato e anche il siciliano ma il siciliano è una lingua volgare.
14 anni – via lungo mare [lungomare]- femmina
La differenza tra italiano e siciliano è che litaliano è una lingua più parlata e piu formale, mentre il siciliano è una lingua meno parlata e un po rozza.
14 anni – Via Gaetano Ventimiglia – maschio
La differenza tra italiano e siciliano e che litaliano è parlato in tutta Italia e quindi è una lingua conosciuta invece il siciliano è un dialetto parlato in Sicilia.
14 anni – Via B.G Mayale – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che lItaliano è una lingua il siciliano un dialetto
14 anni – Via G.Boccaccio – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è quella che litaliano è una lingua che si deve parlare, ad esempio,a scuola al lavoro o per compilare documenti mentre il siciliano è una dialetto da parlare in famiglia o con i conoscenti. 
17 anni – ? – femmina
Secondo me la differenza è che il siciliano è rozzo,mentre litaliano anche nel parlare è più fino e ha un suono più dolce. Nonostante parlo anche io il siciliano sono dell idea che dovrebbe evitare anche se per cert’unni è difficile.
14 anni – ? – femmina
Secondo me la differenza tra il siciliano e litaliano è che litaliano è un modo di parlare molto fine,mentre il siciliano è un modo di parlare rozzo e volgare.
14 anni – Via Giacomo Matteotti – femmina
Il siciliano è il dialetto della Sicilia litaliano è la madre lingua.
15 anni – ? – femmina
La differenza fra litaliano e il siciliano e che litaliano e più fino più parlato mentre il siciliano e più antico e meno parlato
14 anni – Via Archimede – femmina
LItaliano è una lingua parlata in tutta Italia mentre il Siciliano è parlato solamente in Sicilia
14 anni – ? – femmina
LItaliano è una lingua parlata in tutta Italia,il dialetto è parlato dal popolo di ogni regione ed è diverso. Ad esempio il dialetto siciliano è diverso da quello di unaltra regione Italiana
14 anni – S.Caterina da siena – maschio
La differenza è che il siciliano è il dialetto della sicilia mentre litaliano è la lingua nazionale 
14 anni – Via libertà – maschio
La differenza è che il siciliano si parla solo in sicilia,mentre litaliano in tutta litalia
14 anni – Via caserta – femmina
Il siciliano si parla in Sicilia e invece litaliano si parla in Italia
14 anni – Don Luigi Sturzo – femmina
Il Siciliano si parla solo in sicilia invece litaliano in tutta Italia.
14 anni – San Agostino – femmina
Che litaliano è la madre lingua parlata da tutti e il siciliano viene parlato solo in sicilia.
14 anni – via gabbiano – maschio
Litaliano è una lingua parlata in tutta italia, mentre il dialetto è specifico in ogni regione.
15 anni – Via Gagini antonio – maschio
Litaliano serve per conversare con le persone e il siciliano non serve a niente serve solo a essere villani.
15 anni – ? – femmina
Litaliano è la lingua ufficiale del nostro Paese mentre il siciliano è un dialetto della nostra isola SICILIA, ma che a sua volta può cambiare da paese in paese a seconda degli usi e delle tradizioni
 
15 anni – C/DA RAMO – femmina
LItaliano è la lingua principale della nostra Nazione; il Siciliano è un dialetto è una lingua che da anni si utilizza in un solo paese, che a sua volta può variare da posizione in posizione
14 anni – Piazza Duomo – femmina
Per me litaliano e la lingua che usiamo per capirci meglio, invece il siciliano è un dialetto che viene parlato dalle persone anziane
15 anni – via s.Rosalia – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che prima di tutto il siciliano è un dialetto e poi non è un dialetto molto corretto. Litaliano credo sia più formale e più corretto invece
15 anni – Via Calarossa – femmina
Litaliano è la lingua officiale dellItalia che deve comunque essere parlato da tutti mentre il siciliano è un dialetto “ufficiale” appunto della Sicilia, che comunque fa parte delle tradizioni di essa. Penso che se si sceglie di parlarlo lo si debba far solo in ambito strettamente familiare
2 Vuoto
15 anni – Via nazionale – ?
Secondo me la differenza tra litaliano e il siciliano è che litaliano e più facile da parlare invece il siciliano e più difficile
15 anni – ? – femmina
Litaliano è lingua parlata da diversi e molti paesi. Il siciliano è una lingua parlata in sicilia, il dialetto con cui si identifica il nostro territorio.
16 anni – terrasini, zona periferica – femmina
Penso che la differenza tra litaliano e il siciliano sia basata sul fatto che il siciliano è un dialetto che comunque cambia da paese in paese e viene compreso di più in Sicilia. Mentre litaliano è la lingua ufficiale italiana. Penso che ognuno di noi dovesse conoscere il siciliano anche generalmente per avere una certa cultura sul proprio paese dorigine, però non bisogna nemmeno parlare solo ed unicamente in siciliano, perché col passare del tempo potremmo avere dei problemi con la comunicazione interculturale
16 anni – Piazza Giacomo Saputo – femmina
Secondo me la differenza tra le due lingue è enorme. Il siciliano ha dei propri detti e non tutti lo parlano allo stesso modo. Ogni paese ha la propria cadenza e delle tradizioni differenti, mentre in italiano anche se non tutti lo parlano è complesso ma allo stesso tempo facile da capire soprattutto per chi è italiano.
16 anni – Via Ruggero Settimo – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che litaliano è la lingua nazionale dellItalia, ed è parlata in tutta italia, ed è una lingua più raffinata e più fine, mentre il siciliano è un dialetto che appunto viene parlato in sicilia ed è meno raffinato, e più rozzo, ma deve essere pur sempre parlato perché è il dialetto del nostro paese;
16 anni – terrasini via agli androni [contrada agli Androni]– femmina
È sicuramente diverso lItaliano dal siciliano. ci sono parole totalmente diverse e pronunce totalmente diverse lItaliano oltre che più corretto col suono è più pulito mentre il siciliano è rozzo e volgare anche se avvolte è molto utile per fortificare i concetti ed esprimere determinati argomenti.
18 anni – ? – femmina
Secondo me la differenza è netta perché litaliano è un linguaggio più raffinato, mentre il siciliano essendo un dialetto è volgare e rozzo. Poi la differenza è che litaliano è per tutto il paese e il siciliano varia da paese a paese.
15 anni – Via G. Ventimiglia – femmina
LItaliano è una lingua mentre il siciliano è un dialetto. Le parole siciliane hanno un suono più duro mentre in italiano il suono è più dolce
15 anni – via dellUlivo – femmina
La differenza fra italiano e siciliano è che litaliano viene studiato a scuola ed è parlato in tutta l Italia da tutti gli abitanti, mentre il siciliano è parlato solamente dagli abitanti della Sicilia soprattutto dai più anziani e non viene studiato nelle scuole
16 anni – via nazionale – femmina
LItaliano è la lingua ufficiale parlata nella nostra penisola. Il siciliano è un dialetto molto bello se saputo parlare.
17 anni – terrasini, via ralli – femmina
Il Siciliano è una lingua volgare, cioè popolare ma appartenente alla sicilia. Litaliano è la lingua nazionale
16 anni – Villagrazia di Carini – femmina
Secondo me la differenza è che litaliano è una lingua non volgare parlata da persone colte, mentre il siciliano è una lingua rozza e volgare parlata da persone non colte.  
 16 anni – Via Agli Androni o Contrada Agli Androni – femmina
Oggi il siciliano è un dialetto anche se anticamente era considerato come una lingua. Litaliano secondo me è “il figlio” della lingua siciliana. A scuola viene insegnato litaliano anche se alcune prof. si lasciano sfuggire qualche “perla” in siciliano! Il siciliano rimane solo ai più anziani perché le nuove generazioni non fanno altro che imitarli. Secondo me il siciliano dovrebbe rimanere una tradizione. LItaliano è la lingua ufficiale.
16 anni – via Giacomo Matteotti – femmina
Secondo me, la differenza tra italiano e siciliano è che litaliano è la lingua dellintera nazione e quindi è più raffinato, il siciliano è il dialetto di una regione ed è poco elegante.
17 anni – Contrada Bagliuso Terrasini – femmina
Il siciliano non è altro che un dialetto lItaliano è la lingua ufficiale parlata in Italia. Oggi il siciliano è fonte di riconoscimento la sicilia viene riconosciuta grazie a questa lingua. Litaliano è più fine
16 anni – carini – femmina
Il siciliano è una lingua volgare, usata più dai vecchi invece litaliano è la lingua usata più comunemente
16 anni – ? – femmina
Il siciliano a differenza dellitaliano è un dialetto esclusivamente della Sicilia. Il siciliano è una lingua alternativa.
16 anni – Cinisi via venuti – femmina
Il siciliano a differenza dellitaliano ha i resti delle lingue dei popoli che hanno invaso la sicilia nellantichità come francese, Arabo, Spagnolo, latino, ecc. lItaliano invece ha perso molte delle pronuncie e parole di un tempo.
16 anni – ? – femmina
Litaliano oggi, è una lingua più colta rispetto al siciliano che oggi è considerato rozzo
16 anni – Bernardo Mattarella – femmina
Secondo me non cè tanta differenza perché litaliano dipende dalla zona, anche lui ha un dialetto, lo stesso per il siciliano. Anche se il siciliano è più rozzo.
17 anni – Padre Cataldo – femmina
Litaliano è una lingua Siciliano è un dialetto,conosciuto da poco che varia da paesino a paesino
17 anni – Via Dante – femmina
Il siciliano è il dialetto, litaliano è la lingua ufficiale che tutti dovrebbero saper parlare correttamente perche è quello che ci permette di poter comunicare con tutti gli altri abitanti dellitalia,al di fuori della sicilia.
? – ? – femmina
Litaliano è una lingua ufficiale parlata in tutta Italia e comune a tutti i cittadini invece il siciliano è un dialetto parlato solamente in Sicilia.
 
16 anni – Via Cristoforo Colombo – maschio
Non lo so.
16 anni – Via Mulinazzo – femmina
Litaliano è la lingua ufficiale che si parla in Italia,il siciliano è un dialetto parlato solo in sicilia.
17 anni – ? – femmina
Secondo me la differenza tra italiano e siciliano è che litaliano è la lingua ufficiale mentre il siciliano è il dialetto parlato in sicilia.
17 anni – Via Partinico – femmina
La lingua italiana è la lingua ufficiale dellItalia, mentre la lingua siciliana è la lingua parlata nel proprio paese,e viene usato di solito per spiegare concetti in modo accelerato e sono più incomprensibili per chi vive nel paese dorigine.
20 anni – ? – femmina
Il siciliano è un dialetto mentre litaliano è parlato in tutte le regioni mentre il siciliano è parlato solo in sicilia.
18 anni – Via Giovanni Meli – femmina
Litaliano è una lingua che si può apprendere a scuola mentre il siciliano è un dialetto,ad esempio non puoi metterti a parlare in siciliano con un milanese, perche non capirebbe,il siciliano poi non è tutto lo stesso, dipende le zone cambia. comunque sia è meglio parlare italiano, il siciliano è meglio usarlo quando si “babbia”.
17 anni – via Perez – femmina
Litaliano è la lingua usata in Italia da tutti mentre per ogni regione ce un dialetto diverso ma anche per ogni paese
17 anni – via nazionale – femmina
La differenza tra italiano e siciliano hanno origini simili il dialetto siciliano cambia da regione in regione. Alcune parole del dialetto siciliano hanno una diversa radice. La lingua italiana non varia da regione in regione.
17 anni – via vecchia di borgetto – femmina
Litaliano è la lingua nazionale della repubblica italiana mentre il siciliano è il dialetto della regione “sicilia”.Ovviamente non è compreso in tutte le regioni italiane dipende dalle circostanze può diventare volgare e rozzo. Credo che il siciliano sia importante perché rappresenta il popolo siciliano.
16 anni – via roma – femmina
Litaliano è la lingua creata(ufficialmente) da DANTE intorno al 300; è conosciuta ,parlata e compresa da tutta la nazione italiana. Il siciliano è un dioma che viene parlato e compreso solo in sicilia e presenta varie modificazioni in vari luoghi della regione.
16 anni – CARINI – femmina
Secondo me litaliano è una lingua più consona,il siciliano è una lingua comunque importante per il nostro territorio ma la lingua ufficiale ossia litaliano è più colta e ci consente di comunicare con persone di altre regioni. Inoltre le due lingue possono essere utilizzate in circostanze diverse, il siciliano in famiglia tra amici, litaliano a scuola, a lavoro ecc. Io preferisco utilizzare litaliano anche perché non ho una buona conoscenza della lingua siciliana ed è più adatta per diverse circostanze. Inoltre poiché studiamo lingue straniere nel nostro paese dobbiamo conoscere e sapere parlare per prima cosa la nostra lingua. 
17 anni – Via Crispi – maschio
Litaliano è una lingua nazionale,il siciliano è il dialetto parlato solo in sicilia ci sono delle differenze morfologiche e sintattiche tra le due lingue.
16 anni – Corso Garibaldi – maschio
La differenza secondo me è che il siciliano è il dialetto tipico della regione sicilia,mentre litaliano è la lingua ufficiale dellitalia anche se ogni regione ha il proprio dialetto tipico che varia di città in città.
16 anni – via Federico II – femmina
Litaliano e il siciliano hanno origini simili. Alcune parole del dialetto siciliano hanno una diversa radice e desinenza. La lingua italiana non varia da regione in regione. Varia solo laccento. Nel caso del dialetto siciliano esso varia da città in città. Non credo che il dialetto siciliano sia rozzo. Dipende dalla persona che lo parla. Ci sono persone che parlano in modo rozzo litaliano e persone che invece lo parlano bene.
17 anni – Via Ralli – maschio
La differenza tra italiano e siciliano e che litaliano è una lingua colta ed elegante mentre il siciliano rozza e volgare.
17 anni – Contrada piano cavoli – femmina
Penso che litaliano sia una lingua più comune a tutti gli italiani poiché il dialetto si differenzia non solo rispetto alle regioni ma anche rispetto alla provincia e località dove si risiede. Nonostante ci siano diverse parole del siciliano che si avvicinano allitaliano,credo che sia più opportuno parlare la lingua italiana per comunicare con tutti i ragazzi di altre regioni altrimenti in siciliano non sarebbe facile la comprensione. Preferisco parlare in italiano a scuola,a lavoro o con i miei amici e col mio ragazzo perche non ritengo di avere una buona conoscenza del siciliano.
18 anni – Rosa Luxemburg – femmina
LItaliano è una lingua a livello nazionale che può far comunicare tutte le persone per esempio: persone del nord e del sud. Il Siciliano è una lingua regionale. È considerata un dialetto.
? – ? – ?
Litaliano è la lingua ufficiale della nazione il siciliano è la lingua e il dialetto regionale
?? – ?
Litaliano è la lingua ufficiale della Nazione italiana, invece, il siciliano è il dialetto regionale (della Sicilia)
19 anni – Cinisi – femmina
Litaliano è una lingua più fine e più comprensibile, mentre il siciliano è il dialetto tipico della sicilia e a volte risulta un po grezzo.
3 Vuoto
18 anni – ? – femmina
Litaliano è una lingua nazionale, mentre il siciliano è un dialetto
? – ? – ?
LItaliano è una lingua nazionale, mentre il Sicilio
18 anni – ? – femmina
L‟Italiano è la lingua ufficiale della nazione siciliano è una lingua regionale, che si parla solo in sicilia.

 

FINE
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