TERRASINESI NELLA RESISTENZA

25 APRILE 1945 – 2012

L’immagine è tratta dal frontespizio de «I miei sette figli» di  Alcide Cervi e R.Nicolai. Editori Riuniti (prima edizione 1980)

UNA PREMESSA GENERALE 

Non fu guerra civile

Per quanto ne sappiamo, i Terrasinesi impegnati nella lotta partigiana, furono diversi per numero. Tutti, a seconda delle circostanze, dei luoghi e delle Formazioni nelle quali operarono, offrirono il loro prezioso contributo per la Libertà. Nessuno di loro è ormai più in vita. Ciascuno di loro, in ogni caso, resta nei pensieri di familiari, compagni ed amici.
Lasciateci tuttavia ricordare, in modo particolare, tre personaggi con i loro tratti umani, e rievocarne brevemente le vicende personali ormai inscritte nella Storia, perché continuino a restare nella memoria di ognuno, soprattutto dei nostri giovani e giovanissimi.
Prima, però -anche alla luce di recenti tentativi di legiferare per estendere i benefici di legge ai militi della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), equiparando chi si alleò con i nazisti a chi li ha combattuti-, ci preme ribadire, sia pur sinteticamente, che non fu guerra civile, come vorrebbero accreditare certi revisionisti dell’ultima ora che pongono sullo stesso piano, appunto, la così detta R.S.I. (pensata, voluta e innestata dai nazisti a Salò dopo l’8 settembre), e il moto popolare libero e spontaneo della Resistenza che non fu fenomeno solo italiano, né soltanto cre-pitio d’armi. Non fu guerra civile per la semplice ragione che fu innanzitutto Lotta di Liberazione dai nazisti e dai collaborazionisti fascisti; nazisti che  -non dimentichiamolo- occuparono sin dal settembre del ‘43 l’Italia, massacrando e umiliando le nostre popolazioni, i nostri soldati.     Fermiamoci un po’, allora, ad immaginare  cosa  ne  sarebbe  oggi  dell’Italia, del- l’Europa, del Mondo con gli eredi di Hitler imperanti…!
Infine, ma non ultimo per importanza, fu lotta di riscatto dall’onta delle leggi razziali an-tiebraiche (1938), volute da Mussolini in ossequio a Hitler, con la controfirma di Vittorio Emanuele III e col sostanziale silenzio del Vaticano.
Certo, c’è pure un’altra questione connessa alle altre, appartenente alla sfera emotiva, che ciclicamente ritorna: ci riferiamo all’umana pietà per tutti i caduti. Non la si può disconoscere, ma neppure considerarla più di tanto sul piano prettamente storico.Non può confondersi cioè con l’e-quiparazione: c’è chi cadde, scegliendo consapevolmente di combattere per la libertà e la democrazia, e chi, al contrario, si schierò scientemente con la barbarie, prestandosi attivamente e lucidamente alle turpitudini naziste. A meno che non ci si voglia riferire a quanti -e furono molti-  popolarono variamente la così detta zona grigia, quella, per intenderci, degli “ingannati”: donne, uomini e soprattutto giovani, imbrogliati dalla sciagurata propaganda del mito della razza pura, della giovinezza perenne, della sciagurata ideologia imperialista. Solo tra questi ultimi, per gli ingannati, appunto, può forse nutrirsi umana (e privata) pietà. Ma come distinguere gli inconsapevoli dai consapevoli? Questo solo Dio -se c’è- potrà farlo, ma di sicuro c’è la Storia che è altra cosa: non la si può prendere a spicchi o riscriverla secondo le proprie emozioni o convenienze.                                                                                                                  
Per questo oggi, visto l’andazzo, dobbiamo più che mai guardare alla radice della nostra Democrazia: la Costituzione, nata dalla Resistenza.
giuru 

Il Generale Badoglio
 

 

Terrasinesi nella Resistenza, 
per la libertà!

 
GIACOMO SAPUTO

Nella foto (unica esistente)  aveva 17 anni.
Conosciuto tra i monti delle Marche col nome di battaglia “Giacomo il Siciliano”.
Nato nel 1924 da modesta famiglia contadina, partecipò, fin dalla sua formazione, all’attività del Gruppo armato di Tolentino (Marche) Cittadina di antiche tradizioni democratiche cui Sandro Pertini conferì la Medaglia d’Oro al Valore Militare della Resistenza.
Aveva appena vent’anni quando, il 22 marzo del 1944, cadde a Montalto (Frazione di Tolentino), assieme ad altri 26 compagni fucilato dai nazi-fascisti durante un rastrellamento. Il plotone d’esecuzione era composto da due tedeschi e tre fascisti.
Poco meno di vent’anni fa, in paese, si è conosciuta l’esatta vicenda di Giacomo. I parenti conoscevano pochi particolari della sua morte in guerra, nelle Marche. Alla fine degli Anni Ottanta, dalla Sezione ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Tolentino (grosso Centro delle Marche) pervenne al Comune di Terrasini, una richiesta di notizie sui parenti più prossimi di Giacomo: se ne richiedeva una foto da apporre sulla sua tomba. Si seppe così della storia e del suo eroico sacrificio. Negli anni successivi (tra il ‘94 e il ‘96), una comitiva di ex partigiani di Tolentino venne in visita a Terrasini, familiarizzando con i parenti di Giacomo ed esponenti politici locali della Sinistra. Ogni anno, nella ricorrenza dell’eccidio di Montalto (22 marzo), amici e familiari sono invitati a Tolentino dall’ANPI e dal Comune di antiche tradizioni democratiche. 
ALCUNI BRANI SU GIACOMO TRATTI DA «PASSATO PROSSIMO» DELLO STORICO DELLA RESISTENZA TOLENTINATE  ENZO CALCATERRA.

Montalto. Il monumento sul luogo dell’eccidio
«Dopo quasi mezzo secolo, la tomba di un giovane partigiano siciliano caduto a Montalto ha potuto finalmente avere un ritratto. È il volto di un ragazzo morto per la nostra libertà, lontano dalla sua terra, diventato col suo sacrificio nostro fratello per sempre… Poco o nulla si sa di lui. Sulla sua tomba, senza neppure una foto, raramente qualcuno deponeva un fiore. Appena ventenne, condivise la sorte di moltissimi giovani di leva che l’8 settembre aveva inchiodato lontano da casa, in Italia e all’estero».
Su “Giacomo il Siciliano” restano solo brandelli di memoria: «Era un ragazzo introverso, taciturno, che si teneva le sue nostalgie e la sua solitudine dentro con grande dignità», racconta Alvaro Bolognini, partigiano del Gruppo tolentinate. «Pronto in qualsiasi momento, dove occorressero spalle forti e coraggio a tutta prova, senza mai chiedere sconti per sé». «Un ragazzo d’oro» -aggiunge Elso Brandi, veterano del gruppo-. Un coraggio da leone, pronto a dare tutto. Se non c’era cibo a sufficienza, rinunciava alla sua parte, senza mai risparmiarsi».
Tolentino ha avuto tra i caduti per la sua libertà quattro siciliani: il leggendario comandante Emanuele Lena, Salvatore Ficili, Pino Guerrieri e Giacomo Saputo… Se nel Centro-Nord e all’estero moltissimi furono i meridionali in prima linea come partigiani e comandanti, tra loro i Siciliani occupano senza dubbio un posto di rilievo. Più che parlare di “Resistenza” in Sicilia e nel Sud d’Italia, dunque, va sottolineato il ruolo della Sicilia nella Resistenza Italiana».(N.d.R.: è singolare notare come spesso, tra i partigiani siciliani, ricorresse il nome di battaglia “il Siciliano”, come a voler sottolineare un tratto distintivo, un picco d’orgoglio, un sottolineare “…ci siamo anche noi”). «Richiamato alle armi nel maggio del 1943 fu assegnato a S. Severino Marche (MC) in forza al 5° Reg.to fanteria “Aosta”. Dall’ottobre successivo entrò a far parte del gruppo armato tolentinate, partecipando a tutta la sua attività. Catturato a Caldarola il 19 marzo del ’44, fu fucilato a Montalto il 22 successivo».
«Le frazioni di Montalto e Vestignano furono teatro, il 22 marzo del ’44, di una strage compiuta dai nazifascisti nel corso di una vasta azione di  rastrellamento che interessò in quel periodo l’Alto maceratese. Fin dagli ultimi mesi del ’43 molti giovani  provenienti da Tolentino e dalle località vicine si erano raccolti nelle Frazioni (circostanti). Intanto iniziava nel settore a ridosso dell’Appennino umbro-marchigiano l’attività di numerosi gruppi armati. Nel marzo del ’44  fu quindi deciso dalle autorità nazifasciste di attaccare in forze la zona. Un consistente numero di giovani e giovanissimi, che stavano  in attesa di armi ed organizzazione, fu sorpreso da un reparto misto di fascisti e tedeschi. Alcuni giovani caddero nel tentativo di sfuggire all’accerchiamento, mentre il resto dei catturati fu allineato lunga la strada che conduce a Montalto. Nella tarda mattinata iniziò la fucilazione, che fu immediatamente eseguita su gruppi di quattro o cinque da un plotone d’esecuzione improvvisato…». 

Il punto esatto in cui fu fucilato G. Saputo (foto scattata alcuni giorni dopo l’eccidio) 

   

 PIETRO GALATI
        Medaglia d’Argento
 Pietro Galati  nacque nel 1921. Apparteneva ad una famiglia numerosa di laboriosi artigiani. A 19 viene richiamato al fronte, soldato nel Regio Esercito. Dopo l’8 settembre si sbanda, così come tantissimi rimasti senza comando nella drammatica incertezza seguita all’armistizio. Entra a far parte delle formazioni partigiane che operano tra Liguria e Piemonte, in particolare col Comandante Gino Cacchioli (detto Beretta). Il nome di battaglia di Galati fu “Pietro il Siciliano”. Fece parte della Formazione cattolica «Cento croci per la Resistenza». Celebre,  tra l’altro, l’impresa di cui fu protagonista sul fiume Taro.
Un eccezionale atto di coraggio che gli valse la Medaglia d’Argento della Resistenza al Valor Militare.
Vogliamo qui ricordarlo, riportando alcuni brani tratti dal volume di Camillo Del Maestro «Cento croci per la Resistenza».  
Pietro Galati: «Mi sono arruolato coi partigiani nel marzo ’44 con la “Centocroci”. Un episodio interessante l’ho vissuto nella presa di Ostia. Comandavo una compagnia. Non riuscivamo a stanare i tedeschi e gli uomini volevano farsi sotto, ma l’ordine era di attendere. Poi improvvisamente ci siamo trovati fuori tiro e abbiamo centrato col “bazooka” una postazione di mitragliatrice su una finestra e ci è stato possibile far fuori tutto il reparto rintanato nella casa-fortezza. Abbiamo scovato il cap. Allan rintanato nella cantina intento a bruciare documenti e denaro: si aspettava che lo facessimo fuori, secondo quello che andava dicendo di noi la propaganda nazi-fascista; gli abbiamo semplicemente sostituito gli stivali lucidissimi con un paio di scarpe sfondate di un nostro partigiano…».
LUNGO LE SPONDE DEL TARO, 28 APRILE 1945
«…Continuano frattanto gli scontri delle pattuglie. Alle 11 due distaccamenti, quelli di Piero il Siciliano e di Dario (detto Castagnoli), prendono all’insaputa del comando l’iniziativa di attraversare il Taro all’altezza dell’attuale bivio d’inizio della Fondovalle e, non trovando resistenza, si addossano alla scarpata della linea ferroviaria… oltre al quale si avvertono rumori confusi. Nell’incoscienza dei vent’anni i due comandanti decidono di tentare l’azione di forza allettati dal lauto bottino di prigionieri, ma arrivati in piedi tra i binari lo scenario che li attende è di una dimensione impossibile: migliaia di uomini in armi sono ammassati in un groviglio indescrivibile di automezzi e cavalli. Fortunatamente i tedeschi non sparano e si genera una mischia fatta coi fucili usati come clave e, appena possono i partigiani, senza subire perdite, si rigettano nel greto del Taro e guadagnano la base. Soltanto Piero il Siciliano resta coinvolto e isolato nella rissa, ma con sangue freddo afferra un maresciallo alle spalle e con la pistola puntata alla nuca lo costringe a salire su una delle tante autovetture disseminate lungo la strada e a pilotarlo verso il centro e poi il ponte, arrivando fra i commilitoni sbigottiti col prigioniero…». 
“Comandanti a rapporto” si  legge nella didascalia del libro “Centocroci …”. Galati al centro indicato dalla freccia
La libertà vive finché vivono coloro i quali sperimentarono la tirannide.
                                                                                                                                                      Polibio
Edizione clandestina dell’ottobre del 1943

Salvatore Palazzolo
Nacque nel 1921 da famiglia di contadini e piccoli allevatori. Fin da ragazzo non si risparmia nel lavoro. Ben piantato, sveglio di testa e svelto di mano, lo dimostrerà a vent’anni quando, inviato sul fronte Jugoslavo con le truppe d’occupazione italiane, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43, di fronte alle prepotenze ed ai soprusi delle camicie nere colà inviati, scappa, entrando nelle formazioni partigiane jugoslave guidate dal Maresciallo Tito (Josip Broz) che avrebbe presto riunito, in un’unica Repubblica Confederale Socialista, le varie etnie che popolavano (e popolano) il teritorio Jugoslavo.
Salvatore Palazzolo, noto in paese col soprannome di Turi-Turé (così veniva chiamato da un allevatore di bestiame presso cui da ragazzino lavorava come aiutante) divenne famoso tra i partigiani jugoslavi per l’eccezionale coraggio, la generosità e la schiettezza dei suoi modi. Sul campo di battaglia conobbe personalmente il leggendario Maresciallo Tito che lo abbracciò fraternamente per il coraggio e la prontezza dimostrati, promuovendolo sul campo “Maresciallo”.         Josip Broz Tito, dunque: lo stesso dinanzi al quale sfilarono i Grandi di tutto il mondo alla sua morte avvenuta nel maggio del 1980. Nel 1971, dopo ripetuti inviti da parte del Governo Jugoslavo (Tito ancora in vita), ritirò l’alta onorificenza ufficiale (che a parte riproduciamo) per gli altissimi meriti conseguiti nella lotta di Resistenza contro il nazi-fascismo.
Salvatore Palazzolo è morto nel sonno il 21 marzo del 2008 all’età di 83 anni. Solo il giorno prima aveva falciato l’erba nel suo podere. Nonostante l’età, non stava mai inoperoso. Forse i postumi di un’influenza gli sono stati fatali. Negli ultimi tempi, come a voler patteggiare con la morte, andava ripetendo nel suo colorito dialetto,: «Pi cuomu mi curcu vogghiu agghiurnari» (quando giungerà “l’ora”, spero solo di morire nel sonno senza soffrire o dar fastidio ai miei).
Come s’è visto, è stato puntualmente accontentato, mentre non si è fatto in tempo a raccogliere in modo organico il racconto della sua esperienza di partigiano (storia conosciuta da sempre in modo frammentario). Ma, per fortuna, Enrico Musso ci ha pensato in tempo, registrando compiutamente la sua vicenda (pubblicata tra i primi post del blog nei mesi trascorsi). 

 Filippo Viviano

 

Filippo Viviano a 21 anni in una foto ricordo in posa in uno studio fotografico di La Spezia, qualche settimana dopo la fine della guerra.
Di famiglia contadina, nacque a Terrasini il 1° settembre del 1922. Dalle scarne notizie raccolte, si sa che dopo l’8 settembre si arruolò in una delle tante Formazioni garibaldine operanti in Liguria, nell’entroterra spezzino. Audace e generoso, si racconta di lui che, avendo saputo di un imminente rastrellamento sui monti di La Spezia, nonostante fosse febbricitante, riuscì a raggiungere i suoi compagni per avvisarli in tempo del pericolo. Subito dopo la guerra fu dato per disperso, ma grande fu l’emozione dei parenti quando lo videro spuntare dal nulla sano e salvo. Per i suoi meriti gli fu offerta dal governo di allora la possibilità di arruolarsi nella Polizia di Stato, ma rifiutò preferendo il lavoro di contadino. Fu sempre fiero della sua esperienza di partigiano tanto che a Terrasini tutti lo conoscevano come “U Partigianu”. Provò pure la triste e dura esperienza dell’emigrazione in Francia dove, purtroppo, fu dolorosamente segnato dalla morte di un figlio in un incidente stradale di cui non riuscì più risollevarsi. Ritornato a Terrasini, morì tragicamente nell’agosto del 1980.

(Schizzo)  Pompeo Colajanni, di una prestigiosa famiglia palermitana, leggendario comandante partigiano in Piemonte
            

LA GUERRA DI PIERO

   (di F. De André)   
          

Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa, non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
«Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano lucci argentati,
non più cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente».
(……………………)
… Cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato ritorno.
Ninetta mia, crepare di maggio
ci vuole tanto, troppo coraggio…
…E mentre il grano ti stava a sentire
dentro le mani stringevi il fucile,
dentro a la bocca stringevi parole
 troppo gelate per sciogliersi al sole 
(………………..)

 

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