“LA NOTTE DI SILVIA”

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Riprendono gli appuntamenti culturali promossi da TerrasiniOggi.

Il prossimo 16 settembre a Terrasini, presso il Margaret Cafè, sarà presentato il romanzo “La notte di Silvia”, tratto da una storia vera, opera prima della giornalista di “Repubblica” Stefania Parmeggiani, che sarà presente all’evento.

Intanto pubblichiamo una recensione di Paola Fagone*, che ringraziamo per il contributo.

– di Paola Fagone –

 

Silvia è una ragazzina, ha appena compiuto diciotto anni. È giovane, molto giovane, scrive la giornalista di “Repubblica” Stefania Parmeggiani nel suo romanzo di esordio (“La notte di Silvia”, Castelvecchi Editore). Silvia è la protagonista di un fatto di cronaca nera che sconvolse, nel gennaio 1999, la riviera romagnola. In realtà si chiamava Silvana Hamiti Hameti, era albanese e non è
– appunto – solo la protagonista di un romanzo bensì una giovane donna che ha terminato la sua breve vita lungo l’A14 nel tratto Cattolica-Riccione con un proiettile che le ha attraversato la tempia.

È una ragazza come tante, difficile da identificare e sulla quale è difficile identificarsi. Perché
– come spiega l’autrice del racconto –  non ci si può identificare in qualcuno così distante dalla nostra cultura, dalle nostre abitudini, dai nostri stili di vita. E allora  – se non scatta l’identificazione –  leggendo il romanzo, ad un certo punto scatta la pietà umana. Scatta lo sconforto per l’ineluttabilità di un destino di miseria già segnato.

Stefania Parmeggiani ha tenuto in incubazione questa storia per anni. Lo ha fatto, probabilmente, sperando che prima o poi accadesse qualcosa, l’identificazione, il confronto. Ma niente, come è ovvio che sia, non si può essere più di così distanti, così diversi, così profondamente dissimili. Infatti, nessuno, giorni dopo l’assassinio, si è appassionato alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto questa ragazzina.

Silvia probabilmente ha un passato da prostituta, è una tossica, una clandestina, una reietta che pure la sua famiglia sembra avere rinnegato. Silvia è soprattutto albanese. Eppure qualcosa è accaduto quel giorno in cui l’autrice  – distrattamente –  vede la foto sul giornale che si occupa di cronaca nera, dell’ennesimo fatto di sangue, dell’ennesima morte violenta. In Stefania Parmeggiani, improvvisamente si annida un germe, un piccolo tormento che non l’abbandona più. Nell’autrice s’insinua un unico pensiero, quello che lei stessa definisce nel romanzo con una sola, laconica frase: ha trovato qualcuno che le dà importanza. Stefania vuole dare importanza a Silvia ed ecco che allora prende forma il contesto degradante nel quale la protagonista si aggira, dalla sua cittadina di provenienza  – un villaggio vicino Valona –  fino all’abbagliante illusione che le offre l’Italia, il paese che l’accoglie e poi la sputa  – non tracciandone nemmeno la permanenza –  come una gomma masticata lungo un’autostrada, il non luogo per eccellenza.

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Copertina (particolare)

Silvia, infatti, sente di non appartenere a nessuna identità culturale. Rinnega persino la sua: si nasconde e rifiuta persino di parlarne la lingua, il suo dialetto. E neanche quella italiana, che trova artificiale, stridente rispetto alle sue aspettative.

Stefania Parmeggiani, allora, spinta da una sorta di inspiegabile impulso, vuole raccontare a suo modo, secondo la sua sensibilità e con delicatezza estrema un fatto di cronaca del quale tutti conoscono il finale, ma nessuno il prologo, l’evoluzione, il drammatico movente interiore. Nessuno, ad eccezione di lei che ha letto tutti gli atti giudiziari. E del magistrato che ha seguito le indagini  – voce narrante del romanzo –  il quale si trova a combattere contro l’inspiegabile cambio di rotta nelle sue routinarie abitudini investigative. Davanti al corpo privo di vita di Silvia, qualcosa smuove le coscienze e riformula tutti gli approcci con il fatto.

Silvia, dunque, sebbene priva d’identità, fa breccia, arriva allo stomaco come un pugno, per la sua consistenza corporea, minuta, indifesa e diventa simbolo   dell’alienazione di un esercito di donne catturate dalla malavita albanese, che vengono immolate, sfruttate, devastate sia fisicamente che emotivamente.

L’autrice con estremo tatto e  – come lei stessa sostiene –  «con la paura più grande», la fatica di «evitare la letteratura del dolore, quella roba tipo crimini in TV», restituisce un’innocenza a Silvia, che la stessa protagonista del romanzo fa fatica ad individuare in se stessa. Violata com’è, prima dalla guerra nel suo paese, poi dalla crudeltà di un territorio ostaggio dell’ideologia del terrore e della dittatura. Infine, dal grande inganno della terra promessa  – l’Italia –  che le offre solo lo spettro amplificato delle proprie inquietudini ed angosce.

Silvia è una ragazza irrisolta, fragile, che vuole riscattare barattando squallore con squallore, una libertà ambitissima. La libertà è l’obiettivo, quando finisci di pagare il riscatto, però. Ed ecco che allora l’identificazione in ognuno di noi dovrebbe giungere e combaciare con quella di Silvia. Tutti noi, paghiamo un riscatto, un prezzo più o meno alto, per essere altri migliori noi stessi. Qualcuno ci riesce, tantissimi quasi mai, Silvia è tra questi.

Ma cosa importa, la parabola finale della vita di Silvia adesso è fissata nella grazia di una scrittura veloce, compiuta, mai banale e prevedibile, frutto di un lungo, puntiglioso lavoro dell’autrice, attenta a non fare emergere solo l’aspetto asettico di un referto medico legale, di una informativa di polizia, utilizzando la giusta tensione emotiva per dare a Silvia, nella tragicità della sua morte, la giusta importanza.

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* commentatrice, sociologa. 

 

 

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